Benvenuto Mr. Tim Webb

Posted by admin on lug 21st, 2009 and filed under News, Villaggio 2009. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

©www.birrerya.com

timjpg1Due chiacchiere con Tim Webb..la nostra intervista in attesa della sua partecipazione al Villaggio della Birra.

Tim, ci elenchi le cinque birre che hanno cambiato la tua vita?

Se dovessi pensare a cinque professori che hanno cambiato la mia vita, non ci sarebbero problemi. A cinque donne: come minimo! Ma a cinque birre?!

bathams-bitterPoi, riflettendoci un po’, sono giunto alla conclusione che la Bathams Bitter aveva cambiato la mia vita. È stata la prima birra artigianale che ho provato, una “Real Ale” inglese prodotta in una piccola birreria delle West Midlands. Allora ho capito che la birra poteva essere una cosa interessante e non solo una bevanda per studenti che volevano dimostrare di essere grandi ma che non avevano i soldi per comprare il vino. Ha segnato l’inizio dei miei 35 anni di passione per la birra.

melbourn_logoLa seconda birra artigianale che ho provato è stata la Melbourne’s Bitter del Lincolnshire, in un vecchio e gigantesco capannone di un pub del Rutland. Era piuttosto buona, ma molto diversa dalla Bathams Bitter – difatti si tratta di due birre completamente diverse. Quando ho scoperto che la birreria della Melbourne’s stava per chiudere i battenti a causa delle scarse vendite, e che avrebbe smesso la produzione limitandosi alla gestione dei pub, mi sono dispiaciuto molto. Non era giusto. Bisognava fare qualcosa per cambiare una realtà così crudele, così mi sono associato a un nuovo gruppo di appassionati della birra, il cosiddetto CAMRA. Era la prima volta che aderivo a un’organizzazione a pagamento. Questo ha cambiato la mia vita.

CockerelMotto-85x115Al terzo posto, metterei la Courage Tavern. Non perché mi piacesse, anzi… la consideravo una birra ordinaria, disgustosa per essere precisi, ma era ovunque: nelle vacanze trascorse nel sud-ovest dell’Inghilterra quell’estate, ho scoperto il sesso, i tramezzini al granchio e le fresche brezze dell’Atlantico. Ho scoperto anche che i migliori pub del paese non vendevano più la vera birra, bensì bevande dal colore scuro e dal sapore dolciastro, la Whitbread Tankard e la Courage Tavern. Non erano birre…. erano insignificanti. Ero certo di dover continuare la lotta per la birra artigianale, e sono rimasto nella CAMRA.

nuovo-1Per nominare il quarto posto, devo fare ingiustizia a molte birre. Mi ricordo che la scoperta accidentale del Gollem Bar di Amsterdam, nel 1977, mi fece scoprire le birre Oud Hoegaards, De Koninck, Gouden Carolus, Cuvee de l’Ermitage e quella che sceglierò, la Rodenbach Grand Cru. In un solo pomeriggio, capii che la lavorazione di alcune birre si spingeva molto oltre i limiti immaginabili dai produttori di vino. La Rodenbach ruppe tutte le regole che avevo imparato fino ad allora. Per quanto ne sapessi, avrebbe dovuto essere una birra cattiva, ma era buona, sorprendentemente e pericolosamente deliziosa.

E l’ultima? Sceglierò la Nøgne Ø Porter di Grimstad in Norvegia. Ero a Oslo nognecon alcuni colleghi ad ammirare la semplice bellezza di questo paese e la sfacciataggine del governo nel vendere la birra così cara. Non avevo mai pagato 15 sterline (allora 25 euro) per 50 ml di birra! Era il 2003, credo. Eppure mi ricordo di aver pensato: “Ne vale proprio la pena!”. Proprio perché la tassa sugli alcolici era così elevata, questi ragazzi si erano impegnati per produrre una birra di qualità eccezionale che sapeva esprimere tutto il suo potenziale. Con una tassa sugli alcolici così elevata, era logico che la birra dovesse essere corposa ed eccezionale. Il loro slogan era: “La birreria senza compromessi”. Se la Norvegia potesse produrre birre locali, sicuramente sarebbe al primo posto per la qualità.

Stai facendo molto per la promozione della birra artigianale. Quali altri giornalisti, birrai e/o associazioni segnaleresti per il loro lavoro?

Centinaia, forse migliaia. Il problema di chi cerca di vivere dei proventi della birra è che le grandi birrerie esercitano la loro influenza principalmente attraverso i loro capitali, piuttosto che attraverso la qualità dei prodotti che vendono. Per i giornalisti, questo significa essere pagati per favori o per il silenzio. È così che le birrerie eliminano la concorrenza. Ma oggi è tutto più sottile: le birrerie producono birre semplici, che si bevono facilmente. Queste birre saranno sempre più economiche da produrre nei grandi stabilimenti con ingredienti facili da reperire, iniettando denaro per creare un’immagine intorno al nome della birra e giocare con le fantasie dei clienti. Alla fine è solo un gioco.

IMG_8217Ammiro i giornalisti che riescono a sopravvivere con dignità promuovendo le grandi birre e le piccole imprese. Come Lorenzo Dabove. Ammiro i produttori che hanno il coraggio di andare in controtendenza, o come diciamo noi di “marciare al ritmo di un altro tamburo”. E ammiro i movimenti come lo Slow Food, che hanno una visione chiara per dire qualcosa di semplice ma profondo.

“Belgio la nazione della birra” è un’affermazione esagerata?

I belgi sono molto orgogliosi che il proprio paese sia visto come il numero uno al mondo per la birra. Non sono dei grandi consumatori di questa bevanda; preferiscono il vino ai pasti e in compagnia e scelgono le chiare tradizionali quando escono con gli amici, ma amano l’idea di essere i migliori.

belgio1 (1)Lo stesso avviene con le birrerie, anche se di recente le cose stanno cambiando. Fino a poco tempo fa, molte note birrerie a conduzione famigliare cercavano di imitare l’Interbrew producendo birre simili alla Leffe e alla Hoegaarden.

Il fatto è che in Belgio ci sono ancora alcune delle birrerie più innovative del mondo. In genere, non sono note nel paese, ma sono molto apprezzate dagli amanti della birra in tutto il mondo. Oggi, sono queste birrerie a mantenere alto il nome della birra belga.

Lodi a parte, ci sono molti paesi che devono imparare molto e fare molta strada per migliorare le proprie birre locali. L’originalità non si può imitare, ma ci sono molti che imparano rapidamente, soprattutto negli Stati Uniti e in Scandinavia. Chi avrebbe detto, 20 anni fa, che l’Italia avrebbe sviluppato una scena di micro-birrerie così fiorente? Si poteva ipotizzare la passione, forse, la voglia di improvvisare, ma certo non questo livello di precisione tecnica.

Le norme europee penalizzano i piccoli produttori?

Ma un inglese non deve certo spiegare a un italiano che i governi favoriscono le grandi aziende a scapito delle piccole imprese? Non è forse già abbastanza chiaro in questo paese?

Se dovessi delineare un modello, direi che qui le piccole birrerie possono sopravvivere solo a una condizione fondamentale: devono rimanere piccole. Le imprese che vogliono cambiare l’ordine non sono ben viste, sarebbe troppo complicato.

Le birre belghe sono molto apprezzate in Italia. Cosa ne pensi e cosa pensi della nuova realtà italiana?

Penso che questo sia un vantaggio per le birrerie del Belgio. Ma sarebbe molto positivo se l’arte della birra artigianale italiana fosse conosciuta in Belgio. Molte birrerie in Belgio lavorano alla cieca, senza interessarsi di cosa succede nel resto del mondo. È facile essere superati quando non si è informato sulle strategie della concorrenza.

Cosa non ami del Belgio birrario?

Le birre aromatiche. Birre alla frutta, birre al miele, birre speziate e birre forti dal corpo sottile (non essendo altro che sciroppo fermentato). Penso che queste birre debbano essere vendute tutte a prezzi altissimi, perché credo che le birre di cattiva qualità debbano essere situate in posizione inferiore rispetto a quelle di qualità. Ammetto che possa essere un’idea un po’ elitaria ma in un certo senso anche democratica. Mi dispiace vedere persone con un’ampia conoscenza in materia di birre che non possono permettersi quelle che riconoscono come creazioni superbe.

Hai un aneddoto birrario divertente da raccontarci?

Non c’è nulla di divertente nella birra, anzi è l’argomento più serio sulla Terra. Per questo i monaci, gli agricoltori e gli ingegneri producono birra e non si tratta certo di persone divertenti per natura!

Ho avuto la fortuna di incontrare molte donne che amano la birra e i pub.

Una ventina di anni fa, ero alla ricerca di un libro sui pub in Gran Bretagna, un bellissimo classico pubblicato da un caro amico. Insieme alla mia ragazza dell’epoca, avevo scoperto un piccolo pub di paese nel mezzo della brughiera ai margini di un paesino conosciuto. Nel cuore del villaggio c’erano due grandi pub per i turisti. La gente del posto invece si recava in un minuscolo pub in pietra che si trovava in una strada sperduta. Né la via, né il pub avevano alcuna indicazione.

Mentre camminavamo per il villaggio, notammo che si stava celebrando un funerale in Chiesa.

Trovammo il pub ed eravamo gli unici clienti. Quattro panche, ognuna contro una parete. Una lampada. Un bancone vicino all’entrata e dietro un uomo in maglione seduto su uno sgabello che lucidava i bicchieri, a fianco di tre barili di birra. Ordinammo quattro pinte e ci sedemmo per conversare.

Poco dopo arrivarono quattro uomini, con una fascia nera intorno al braccio. Venivano dalla cerimonia funebre. Ordinarono delle birre in silenzio e si sedettero di fronte a noi senza dire una parola. Di tanto in tanto, uno di loro lanciava un’occhiata verso di noi o beveva un sorso alla birra.

oldNon sapendo cosa dire, ci rassegnammo a quel silenzio, che divenne quasi assordante.

Dopo una ventina di minuti passati a guardarci i piedi e di tanto in tanto a passare una mano all’orecchio, il più anziano del gruppo si chinò in direzione di un altro anziano del gruppo all’altra estremità, prese fiato e disse: “Allora, adesso sei tu il più vecchio a venire qui, Joe.”

Vedete, non c’è proprio nulla di divertente.

©Foto Tim Webb di Filip Geerts ©Foto 6 e 7 Vanessa Rusci ©Foto d’epoca da IL LIBRO DELLA BIRRA . Edizioni del Capricorno 1986

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