La Duvel, nuovamente

Dopo diversi anni mi è ricapitato di bere una Duvel, da me non “praticata” da lungo tempo. E’ stata un’utile occasione per rifare il punto su questa birra, soddisfacendo una mia curiosità gustativa che covavo da tempo: “ma la Duvel sarà rimasta sempre la stessa?”. E soprattutto: “sarà più vicina (gustativamente x-duvelparlando) ad un prodotto artigianale o ad uno industraile (seppur di qualità)?” Di sicuro, quella che non è cambiata, è la storia produttiva della Duvel. Questa inizia a cavallo fra le due guerre mondiali, quando il proprietario della Moortgat Brouwerij chiede al rinomato esperto della celebre università di Lovanio Jean de Clerck (lo stesso che poi collaborerà con padre Theodore, a Chimay) di analizzare per lui una bottiglia di McEwan’s Export, una delle ales inglesi che andava per la maggiore in Belgio in quegli anni. Il professor de Clerck riesce ad isolare il lievito di questa birra, allora rifermentata in bottiglia, che viene poi ri-coltivato in proprio dalla Moortgat stessa. Questo ceppo di lievito costituisce la trave portante della nuova birra, che “vede la luce” dopo ben 15 esperimenti produttivi; e doveva essere proprio particolare, visto che il mastro birraio, appena dopo il primo assaggio, (narra la leggenda) esclama: “Demonio di una birra!” (il termine inglese devil si traduce  in fiammingo duvel); da qui il nome. La birra era, nella sua prima versione, di un colore ambrato carico, quasi marrone: solo dal 1970, e sempre con la collaborazione di Jean de Clerck che seleziona e ricoltiva un secondo ceppo di lievito,  alla Duvel originaria viene affiancata una Duvel golden ale, quella che ancora oggi rimane un classico fra le strong ales, oggetto di infinite imitazioni. Brassata con orzo estivo francese e belga, maltato in esclusiva per la Moortgat, luppolata con Styrian Goldings e Saaz, la birra viene sottoposta a una sequenza di fermentazione a caldo e a freddo che dura dai 3 ai 4 mesi ed oltre, fino a raggiungere un IBU finale fra 29 e 31.

Fin qui la genesi produttiva e la carta d’identità della Duvel, uno dei prodotti di maggior successo nel panorama produttivo belga. Adesso le impressioni gustative. Non nascondo di essere rimasto relativamente deluso dal prodotto. E’ beverina, nonstante la robusta gradazione, meno secca e asciutta di quanto ricordavo, con un carattere e una personalità relativamente più sciapi. Ha sempre il solito imponente, ben costruito e permanente cappello di schiuma, che “fa molto Duvel”, ma sia il profilo aromatico che quello gustativo sono solo poco più che ordinari; manca un po’ quella scintilla produttiva che fa passare un prodotto dalla categoria della “normalità” a quello della “peculiarità”. E’ ben fatta, equilibrata e coerente nella corsa finale, ci mancherebbe, ma è almeno un gradino sotto alla sua “evoluzione” più luppolta della quale avevo già parlato, la Duvel Tripel Hop. Non dico che mi è caduto un mito, la Duvel non lo è mai stato, ma il nuovo assaggio mi ha aiutato a ricollocarla all’interno del panorama brassicolo belga, sicuramente non nel segmento delle birre gustativamente più accattivanti. Assaggiata in bottiglia da 0,33, alcool 8,5%vol. © Alberto Laschi

2 Responses to “La Duvel, nuovamente”

  1. Abbaye de Bonne-Esperance | inbirrerya

    […] è lì perché non è niente di speciale. L’avevo già assaggiata molto tempo fa, e ho deciso (come per la Duvel) che era giunto il tempo di riprovarci. E l’ho trovata proprio bene, questa birra, in una bella […]

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