
Fra I primi 50 (42°) birrifici artigianali americani per la produzione nel 2007, e sempre fra i primi 50 (29°) per le vendite, la Flying Dog Brewery è uno dei birrifici più a la page oggi in USA. Nata come brewpub ad Aspen nel
1990 grazie a George Stranahan e Richard McIntyre (due tipi “difficili da sdraiare”), nel 1994, visto il successo crescente dei propri prodotti, aprono un nuovo birrificio nella vicina Denver; dal 2006 il 70% della produzione viene spostato a Frederyck, nel Maryland, presso la ex Wilde Goose Brewing Company, mantenendo però il proprio quartier generale a Denver. La brewery si è “inventata” un packaging molto ben curato e uno stile molto aggressivo e irriverente: tanto irriverente che dal 1995 (anno in cui è stata lanciata sul mercato la Dog Road con l’etichetta disegnata da Ralph Steadman) al 2001 ha dovuto rimuovere dalle proprie etichette il motto “good beer, no shit”. Solo nel 2001 infatti, grazie all’aiuto della American Civil Liberties Union, la Flying ha potuto rimettere sulle proprie labels il motto incriminato.

Attualmente quelli della Flying Dog producono una quindicina di birre, fra stabili e stagionali, oltre ad alcune produzioni “eccezionali” o occasionali. Le loro etichette sono tutte illustrate da Ralph Steadman (“the gonzo artist“) disegnatore anche delle opere di Hunter S. Thompson, scrittore americano morto nel 2005 e molto amico dei due fondatori della brewery. Suo il famoso aforismo “Are we human or are we dancers” inserito dal gruppo indie rock The killers nel testo della
prima canzone del loro ultimo album “Day and age“. Suo anche il motto che la Flying Dog ha fatto proprio: “good people drink good beer”. Ma soprattutto, si deve a lui la creazione del Gonzo Journalism, un particolare stile di scrittura che combina il modo “classico” di fare giornalismo con le impressioni personali e gli strumenti narrativi tipici del racconto, per produrre infine un personale punto di vista sugli avvenimenti. Il giornalismo, afferma sempre Thompson, può essere di fatto veritiero anche senza dover essere rigidamente oggettivo. Muore suicida ad Aspen, con un colpo di pistola, ma non tutti ne sono convinti; negli ultimi tempi della sua vita indagava sugli attentati dell’11 settembre 2001. Le sue ceneri furono sparate nel cielo di Aspen (come aveva lasciato scritto nel proprio testamento) dal suo grande amico Jhonny Depp.
Ma il nome? Cane volante è legato ad una “leggenda”, datata 1983, come raccontano i fondatori sul sito della brewery. Partono in 12, in quell’anno, con l’intento di scalare il K2, perfettamente consapevoli di essere s
olo una “spedizione di alpinisti dilettanti”, del tutto impreparati. Non arrivano neanche a metà della strada che porta al K2, che la spedizione, fallisce, come era già scritto nelle cose, ma riescono a tirarsene fuori tutti interi, e, come dicono loro, “con un nuovo approccio nei confronti della vita”. Meditando su ciò, e bevendo diverse pinte di birra in un bar pachistano, George e i suoi notano su di un muro dello stesso bar un dipinto raffigurante un cane volante. “Tutti sanno che i cani non possono volare, ma nessuno aveva detto a quel cane che non poteva farlo”, dice a se stesso e agli altri George Stranahan, come nessuno aveva detto loro che non potevano fare un viaggio del genere. Il cane volante diventa il loro simbolo da allora in poi, assieme al loro concetto-guida: “è incredibile cosa tu possa raggiungere se nessuno ti dice che non è possibile”.

Flying Dog Brewery
4607 Wedgewood Blvd
Frederick, MD 21703
Phone: 301.694.7899
Fax: 301.694.2971
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[...] stessa, splendida, come tutte le loro altre. Per questo motivo ho scritto loro, a quelli della Flying dog, per chiederne “ragione”: gentilissimi, mi hanno risposto dicendomi che il nome [...]
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