Chouffe Houblon 2009

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Quando i numeri e le lettere, contano, ma fino ad un certo punto … I numeri: 60 di IBU per questa birra della Achouffe, quasi il 40% in più della Orval (a suo tempo considerata una delle birre più amaricanti del Belgio). Il parallelo "numerico" fra le due birre può avere un significato: in senso relativo, cioè, la differenza c'è e si sente, nettamente. In senso assoluto, però, i 60 di IBU oggi non sono chissà che cosa: ci sono birre sul mercato che possono vantarne (numericamente) più del triplo. Ma, in questo caso,  i 60 si sentono tutti, grazie anche alla robustezza alcolica della birra (alc 9% vol.), che ne amplifica pienamente l'effetto, mentre in altri casi di birre numericamente molto più amare, l'amarezza ha altri "toni" …. Quindi: i  numeri hanno sicuramente una funzione, ma ha valenza maggiore la percezione reale che si ha del prodotto, pittosto che la sua quantificazione teorica. La luppolatura qui c'è, fatta bene, masiccia, e lascia una traccia netta, precisa, duratura.

bott houblon

Le lettere: Chouffe Dobbelen Ipa Tripel Houblon (la cui foto è ricavata da qui) . Il doppio (suppergiù) della "normale" gradazione di una IPA, coniugata alla struttura di una Triple belga, mediante l'impiego massiccio di luppolo (tre, americani, come avevo specificato nel mio precedene "assaggio" di questa birra, nel 2007). Ci vuole quasi troppo a leggere l'etichetta  ed interpretarla; forse è una tendenza modaiola del momento, basti pensare alla spropositata lunghezza del nome della più luppolata delle birre dello scozzese Brewdog: How to disappear completely ….. misteri delle strategie commerciali.

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Brassata a partire dal 2006 per il solo mercato USA, la Houblon è adesso invece molto più facilmente reperibile anche dalle nostre parti, non più in bottiglie serigrafate, ma munite di "regolare" etichetta cartacea. I cambiamenti dovuti alla nuova gestione Duvel Moortgat però si sono fermati qui. La birra che ho assaggiato due anni fa è rimasta sostanzialmente inalterata nelle sue caratteristiche peculiari: bionda, robusta, dal naso terragno e rustico di luppoli vigorosi e "maschi". La solita bellissima schiuma, un cappello, o meglio, quasi una "palla" che galleggia a lungo sul liquido, ri-fornendo a lungo il naso della freschezza e secchezza necessaria. Amara e amaricante, il malto qui c'è solo per fornire il "telaio" e la robustezza alcolica: in bocca è solo festival del luppolo, che solo nel finale (lungo e maestosamente impregnante) abbandona un pochino la predominanza rustica e terrosa per lasciare uno spiraglio di piacevole citricità. La qualità che dura nel tempo. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc 9% vol.; Alberto Laschi

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