
I monaci trappisti sono “famosi” nel mondo per la loro vita trascorsa appartata dal mondo, del tutto riservata, scandita dalle ore della solitudine, dello studio e della preghiera. In questo universo di per sè “silenzioso” i cistercensi trappisti del Belgio hanno da tempo introdotto una variante: la produzione di birra, che inevitabilmente li tiene in contatto con il mondo esterno, destinatario della loro produzione. La quale, si sa, non è orientata dalla pura e semplice prospttiva di un ricavo/profitto: gli introiti derivanti dalla produzione infatti vengono quasi del tutto devoluti in beneficenza o impiegati per iniziative di tipo sociale, a sostegno, quasi sempre, di progetti specifici in patria o altrove, ritenuti meritevoli di attenzione delle sei comunità monastiche belghe.
Non è un mondo chiuso o immobile, quello dei trappisti, e ancora meno quello dei “trappisti birrari”, che comunque sul mercato (della birra) ci stanno, e con il mercato spesso (ma non spessissimo, ovviamente) si mettono in relazione, comunicano, direttamente o in maniera indiretta. Qui di seguito alcune notizie che vengono direttamente da questo (splendido) mondo produttivo, con alcune interessanti implicazioni socio/economiche.

Rochefort. La prima è una semplice curiosità, o bizzarria. Io non lo sapevo, ma in economia esiste una cosa che si chiama Big Mac Index, uno strumento informale (ma solo fino ad un certo punto) che serve a fornire una comparazione sul potere di acquisto di una determinata valuta. In soldoni, partendo dalla teoria della parità del
potere di acquisto, si cerca di determinare una comparazione significativa fra le valute di diverse nazioni dividendo il costo di un Big Mac della catena Mc Donald nella valuta di una nazione per il costo dello stesso panino nella valuta di un’altra nazione. Il valore ottenuto viene confrontato con i tassi di cambio fra le due valute, con le sue oscillazioni, la qual cosa permette di capire se una moneta è più o meno sopravvalutata o sottovalutata rispetto all’altra. Lo strumento è stato “inventato dal prestigioso settimanale economico inglese The Economist, che dal 1986 pubblica annualmente i report di tale statistica comparativa. Accanto al Big Mac index è poi comparso un Cafè Index (tarato sul caffè della Starbucks) e uno studio comparativo sulla Coca Cola. Il sito belga che più si occupa del mondo delle birre trappiste ha da non molto pubblicato la notizia che in Olanda è stato proposto il lancio di un Rochefort 10 index, che affianchi il suddetto metro comparativo. E’ chiaro, è notizia solo curiosa”, non avrà quasi sicuramente nessuna ripercussionenell’ambito degli studi economici, ma mi piace pensare che sarebbe un bel salto di qualità; ed è comunque il segno (positivo) della estrema diffusione (e apprezzamento) di questo splendido prodotto trappista almeno nei paesi Bassi, così diffuso da aspirare a diventare una vera e propria pietra di paragone (anche economica).

Westmalle. Due sono le notizie, una anche corredata di “prove fotografiche”. Dallo studio statistico pubblicato non più di quindici giorni fa dal quotidiano belga De Morgen, e redatto da Nick Vandevelde, statistico laureatosi presso l’Università di Bruxelles, si evince che Westmalle, fra i birrifici trappisti, è quello più conosciuto (assieme a
Westvleteren e Chimay) e apprezzato, e che comunque come miglior birra trappista (su di un campione significativo di 215 belgi interrogati) è stata votata proprio la Westmalle. Più lontane, nella considerazione e nell’apprezzamento generale, Achel e La trappe, mentre Westvleteren e Orval sono apprezzate per le loro caratteristiche quasi uniche. Parlando delle birre di Westmalle (e questa è la seconda notizia), la Westmalle Extra Gersten è birra quasi “leggendaria”, perchè solo prochi privilegiati hanno avuto la possibilità di vederla e assaggiarla. E’ sempre il sito Trappistbier che svela a tutti l’arcano, con “prove” fotografiche. E’, la Westmalle extra, la più “leggera” delle birre prodotte dall’abbazia madre dei cistercensi belgi, una bionda di “soli” 4,8% vol.alc., prodotta due volte l’anno per un esclusivo uso interno (la bevono, cioè, solo i monaci, e i loro ospiti). E’ stata anche “provvista” di etichetta (resiste solo la Westvleteren senza etichetta, almeno per il mercato belga ), una label che ricorda in tutto e per tutto però (stranamente) quella della Dubbel; si dà prova anche dell’esistenza di un bicchiere specifico per questa birra, elegantemente serigrafato.

Chimay. In un articolo pubblicato dal quotidiano belga De Standaard dieci giorni fa, il portavoce della Fondazione Chimay, che amministra tutti i beni e le attività produttive dei monaci dell’Abbazia di Scormount, annuncia con dignitoso ma consapevole orgoglio il fatto che la produzione di birra Chimay ha ridotto, dal 2001 ad oggi, del 18,1% la propria impronta ecologica (chi volesse, per curiosità, calcolare la propria impronta ecologica può farlo qui), con
l’obbiettivo, per i prossimi anni di ridurla ancora del 50% in più. E’ il segno, sempre secondo il portavoce dei monaci, di un preciso intento della comunità monastica, quello, cioè, di coniugare grande qualità con due delle “parole d’ordine” più usate oggi: “sviluppo sostenibile ” e “responsabilità sociale“. Il tutto attraverso un più attento controllo dei consumi e della filiera produttiva, l’installazione di pannelli solari e l’acquisto di macchinari tecnologicamente più evoluti. L’articolo poi offre altri interessanti numeri e notizie: intanto il fatturato annuo di Chimay, che quest’anno dovrebbe aggirarsi sui 39 (!) milioni di euro, poi il numero degli hl. prodotti (160.000) e il numero delle persone impiegate nella fabbrica di birra (95). Sono grossi numeri, e, soprattutto per quanto riguarda il numero delle persone impiegate, non necessariamente legati ad una stringente logica legata al profitto: a Chimay ci lavora più gente di quanta ce ne sarebbe effettivmente bisogno, lo si legge a chiare lettere nell’articolo. Con questo i monaci hanno voluto dare un forte segnale anche di solidarietà in questo periodo di strisciante crisi economica: non solo finanziamenti a progetti lontani ed elargizioni ad enti caritatevoli, ma dare lavoro a chi ne ha bisogno. Un’altra lezione del mondo monastico, apparentemnete separato e racchiuso su se stesso, ad un mondo (quello fuori dalle mura monastiche) sempre più condizionato (e angustiato) da troppo rigide logiche del profitto.
In un prossimo post il resoconto della celebrazione dei 125 anni del monastero cistercense olandese de La Trappe e della birra celebrativa brassata apunto per questa ricorrenza, la La Trappe Isid’Or
