
Teo Musso, Gabriele Bonci, Leonardo di Vincenzo, Andrea de Bellis: due fra i più importanti protagonisti della scena birraria artigianale italiana e due “mostri sacri” della scena gastronomica romana. Non so se esiste il termine, ma i quattro sopra elencati costituiscono la “quadrimurti” dell’Openabaladin, in via degli specchi (zona campo de’ fiori), aperto da non molto (fine settembre scorso) ma già diventato meta irrinunciabile per tutti gli appassionati della birra artigianale di qualità di Roma, e non solo. Non potevo non farci tappa, in questa mia tre giorni romana.
L’aspetto “estetico”: defilato in una via laterale, dall’entrata quasi anonima, l’Open si rivela solo quando ti ci affacci dentro. Salone prin
cipale con bancone lunghissimo, coronato da ben 40 (quaranta) spine, parete retro-bancone che espone in bella vista (con una retroilluminazione molto d’impatto) le bottiglie di 100 e più prodotti italiani. Veramente affascinante. Salette laterali ognuna arredata in maniera diversa, piccolo “settore a parte” con le spine (cinque) di birre straniere che ruotano spessissimo, grande lavagna “murale” sulla quale sono scritte tutte le birre presenti alla spina, pareti “arredate” con lo stesso stile grafico visionario e coloratissimo, ormai marchio di fabbrica dello stile Baladin. In una parola: tutto molto equilibrato, particolari scelti con cura e fantasia nella loro apparente trasandatezza e discontinuità, quasi nulla fuori posto o fuori scala. Un po’ “confusionario” il salone, inevitabilmente, molto tranquille invece le salette laterali.
L’aspetto “birrario”: il problema è che quando ti ritrovi in mano il solo elenco delle birre disponibili alla spina ti prende subito l’avvilizione, perché ti chiedi: devo comunque decidere cosa perdermi. Su quaranta birre per forza di
cose sei costretto a fare delle scelte, e quindi per forza devi fare più di un passo indietro. Comoda e rispettosa del cliente (soprattutto di quello meno scafato) la lista delle birre divise per tipologie che ti viene subito consegnata, con una brevissima descrizione che aiuta nella scelta. Elegantissimo il bicchiere della casa, la curatissima pinta romana, delicatamente ed efficacemente serigrafata. Cosa sono riuscito ad assaggiare? Mi sono buttato sui soli prodotti alla spina: una Panada del Troll non proprio in formissima, la nuova Trentatre Tripel del Birrifcio del Borgo, una ale di 9,5° in stile abbazia, corposa ed equilibrata, la Stim bir, una bitter ale sempre del Borgo, 4,5° di puro stile californiano, la nuova Cuveè Baladin, brassata con 6 tipi diversi di grano e rifermentata con brettanomiceti (che non mi ha molto convinto) e L’Una, una saison alla segale dell’Opperbacco, fresca e gustosa. Potevo fare meglio? Certamente, ma mi poteva anche andare peggio.
L’aspetto “culinario”: tutti ne parlavano bene, della cucina dell’Open, e non posso che confermare quanto si dice in giro. Menù stuzzicante, rimpinguato di prodotti di qualità e di preparazioni non banali. Il trionfo della carne di Granda piemontese, del carciofo romano (è il suo momento, questo) e della patata, presentata nelle sue diverse forme (culinarie). Piatti tutti sfiziosi, curati anche nella presentazione, con il Bonci che troneggiava con la sua mole dalla cucina, rigorosamente tutta a vista. Dolci fantasiosi, tutti al bicchiere, gradevoli perché ricercati ma non esasperati. Il valore aggiunto: servizio veloce (anche se non sempre competentissimo, soprattutto sulle birre) e prezzi contenuti (al bir&fud si spende di più, forse un po’ troppo di più).

Che dire. Posto irrinunciabile, menù delle birre sterminato che solo quei “privilegiati” dei romani hanno e avranno la fortuna di esplorare con calma e completezza. Cucina invitante e accogliente, aperto a pranzo e cena (escluso la domenica a pranzo, almeno in questo periodo), con menù che cambia quasi quotidianamente. Non si può chiedere molto di più.
Il commento conclusivo a questo raid romano? Sono fortunati (gli appassionati birrofili che vivono a Roma) e bravi (gestori e publicans dei tre esercizi visitati): tanta roba nei posti giusti, per soddisfare un teorico sterminato bacino d’utenza che permette più di una sperimentazione commerciale. Una menzione d’onore in più per il Colonna, che in spazi lillipuziani riesce a coniugare (miracolosamente bene) correttezza di servizio e ricchezza d’informazione, merce, quest’ultima, che sta pericolosamente diventando fin troppo rara. In più è anche una persona veramente a modo, il che non guasta proprio.