Hopus & Rodenbach Vintage 2007.

Coppia di assaggi in un pomeriggio nevoso.

Birra nata non più di un anno fa (dopo un paio di anni di esperimenti più o meno segreti), segno di un parziale processo  di “modernizzazione” della ormai secolare Brasserie Lefebvre. Una strong ale (che la ditta “contrabbanda” come belgian IPA) dal nome “pretenzioso”: Hopus, una crasi fra hops (luppolo) e opus (“lavoro, manufatto di pregio” in latino). Packaging curato, etichetta multilingue (tutte, compreso il latino, eccetto l’italiano) che ne esalta doti e prestazioni, bella bottiglia con tappo a molla. Finita qui. Nel senso, che le notizie buone/curiose di questa birra le ho già dette tutte: e non ho ancora detto nulla della birra in se e per sé. 40 di IBU, 5 luppoli (rigorosamente segreti, ma poi si sa che sono 3 tedeschi, 1 ceko e 1 slovacco, e quindi i nomi ….), bionda e massiccia.8,3° e sentirli tutti, un po’ troppo. Solo il naso di questa birra merita qualche attenzione in più: piccante, leggermente citrico (pompelmo) e vagamente fruttato: abbastanza vario, in definitiva. Il corpo fa a sportellate con il resto, troppo alcool in evidenza, che maschera una evoluzione luppolata teoricamente interessante, ma praticamente inespressa. Peccato, ci si erano messi d’impegno per fare una birra non banale, non filtrata, non pastorizzata e rifermentata in bottiglia. Ma non ce l’hanno fatta. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 8,3% vol.; ©Alberto Laschi

 

Lo ammetto, le flemish ales non sono la mia passione, non ne apprezzo a lungo la evidente acidità, anche se riconosco loro una evidente finezza produttiva. Ne era stato già preannunciato l’arrivo sugli scaffali di Birrerya, e non ho comunque resistito alla tentazione di assaggiarala. Parlo della Rodenbach Vintage 2007, arrivata quasi “miracolosamente” in Italia in quantità limitata, visto che quasi l’80% della birra prodotta è stata imbottigliata e imbarcata per gli USA, appassionatissimi estimatori di questo genere birrario. Questo blend di birre più e meno giovani, invecchiato per due anni nella botte 230 (così come riportato sulla elegante etichetta) è il risultato di un accurato processo di invecchiamento, presieduto dal mastro birraio Rudi Ghequire, che l’ha definita birra “più mite della Rodenbach Gran Cru“, suscitando, in tal modo, più di una alzata di sopracciglia. Non sono certo in grado di fare un raffronto fra le due birre, quello che posso dire è che effettivamente (almeno al palato) la Vintage è un po’ meno asprigna/acetica rispetto alla Gran Cru, mentre il naso resta caratterialmente orientato verso una acidità netta e leggermente scontrosa. Bevendola, e facendola riscaldare, la Vintage si rivela comuqnue più “beverina” del temuto, denotando un corpo leggero e abbastanza morbido, nel medio e lungo periodo, scarsamente frizzante, con un finale assolutamente equilibrato, asciutto e pulito. Bell’esercizio di stile, anche se preferisco altri tipi di bevute. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 7% vol.; ©Alberto Laschi

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