Menabrea Christmas

E’ vero, la Menabrea Christmas a Roma non c’era al festival delle birre artigianali di Natale;, e non ci poteva essere: la fabbrica di birra Menabrea, infatti, non è un microbirrificio, ed ha volumi e metodi produttivi che la mantiene lontana dal mondo dei produttori di birra artigianale. Ma, nel panorama produttivo italiano, la fabbrica di birra biellese ha grande tradizione storica (ha già superato, festeggiandoli, i 150 anni di vita) e profonda dignità produttiva, che le hanno meritato più di un riconoscimento, anche (e soprattutto) internazionale. Mi è sembrato quasi un forma di doveroso rispetto dedicarle l’ultimo post di quest’anno birrario, molto travagliato (almeno in Italia) a causa delle note vicissitudini legate alla querelle Assobirra/produttori artigianali; quasi per non dimenticare che in Italia, anche nel settore della produzione “industriale” di birra, ci sono ancora prodotti dignitisossimi e meritevoli di rispetto e considerazione.

Fabbrica di Birra G.Menabrea & Figli 

La storia della Menabrea inizia nel 1846, quando G. Welf di Gressoney e i fratelli Antonio e Gian Battista Caraccio, caffettieri in Biella, fondano un laboratorio per produrre birra, con l’intento di sfruttare al meglio le acque purissime che sgorgano dalle montagne di Oropa. Nel 1854 i fratelli Caraccio, diventati nel tempo unici proprietari, affittano la

birreria a J. J. Menabrea e Antonio Zimmermann, entrambi di Gressoney, e già titolari in Aosta di una fabbrica di birra,  la Birra Zimmermann, fondata nel 1837 e prima fabbrica nel territorio del Regno di Sardegna ad applicare la tecnica produttiva della bassa fermentazione. Nel 1864, per la cifra di 95.000 lire, i fratelli Caraccio cedono definitivamente a Zimmermann e  a Menabrea la propria fabbrica di birra. Ci vogliono otto anni, e nel 1872 esce dalla proprietà anche Zimmerman, e prende vita la società G. Menabrea & Figli, proprietaria della Fabbrica di birra e gazeuse (come si legge nel marchio originario della fabbrica di birra). A Biella si producono una bionda pils e una birra scura, tipo Monaco, entrambi molto apprezzate. Con vari avvicendamenti familiari, si arriva al 1896, quando subentra alla guida della società il primo esponente della famiglia Thedy (la stessa famiglia che regge a tutt’ oggi le sorti della fabbrica di birra Menabrea), Emilio, marito di una delle due eredi di Carlo Menabrea, insieme ad Antoniotti, l’altro cognato. Da quel momento la Birra Menabrea “decolla”, mietendo successi internazionali a raffica. Torino, Parigi, Digione, Monaco: da ciascuna di queste città la birra biellese ritorna plurimedagliata, a consacrazione di una realtà produttiva che vedeva già allora impiegati più di 30 addetti per una produzione annua che si aggirava fra gli 8.000 e i 10.000 hl. Dopo i disastri della prima guerra mondiale, le sorti della birreria si risollevano prontamente, ripartendo da dove si erano fermate, e cioè dai riconoscimenti nazionali e internazionali, che questa volta arrivano da Roma, Bruxelles, Milano e Parigi. Arrivando rapidamente ai nostri giorni, la fabbrica di birra Menabrea (confluita nel 1991 nel gruppo Forst nel “risiko” delle concentrazioni birrarie) è ancora sotto la guida della famiglia Thedy: Franco, Ll’attuale amministratore delegato, ne incarna la V generazione. Dal punto di vista produttivo si è passati dai 36 – 40.000 hl degli anni ’80 agli attuali 100.000 hl. (circa), con un occhio comunque sempre attento alla qualità, attraverso la scelta di materie prime controllate (luppoli Saaz ed Hellertauer, ceppi di lieviti purissimi, malti selezionati, ottima acqua). La “raccolta” di premi e riconoscimenti internazionali non si è fermata, soprattutto oltreoceano: molti e ripetuti, soprattutto se messi in relazione allo “scarno” ma combattivo range di prodotti, che comprende un bionda, una ambrata, una strong ale e una Christmas ale, brassata solo in occasione delle festività natalizie.

 

Menabrea Christmas ale

Ora, qualche piccolo dubbio io ce l’ho. La ditta specifica a chiare lettere che la Christmas ale è un prodotto brassato solo in occasione delle festività natalizie, e non ho alcun dubbio che le cose stiano così. Se la si confronta però con la scheda produttiva della “classica”  e pluripremiata ambrata della casa, non è che la Christmas e l’ambrata siano solo lontanissime parenti …. Diciamo che ci sono un paio di decimi di grado in più e un grado plato un pochino più robusto, a favore della Christmas,  ma per il resto le birre, soprattutto degustativamente, sono quasi le stesse. E non è un giudizio negativo, questo, ma solo il tentativo di fare un pochino più di chiarezza. E’ birra onesta, rotonda e discretamente beverina: come per l’ambrata, anche la Christmas, infatti, ha un corpo discretamente robusto e comunque “strutturato”, nonostante il contenuto grado alcolico. Di un bell’ambrato carico e dotata di un bel cappello di schiuma, fine e cremosa, ha aroma e gusto decisamente maltati e carmellati, con una incursione luppolata che condiziona, ma solo per breve tempo, i lati della lingua. Frutta matura, un po’ di marzapane, una sensazione, lontana di vaniglia, completano il quadr di questa birra, il cui finale trovo leggermente ridondante e non proprio efficace. Ma rispetto a quello che si trova normalmente sugli scaffali della grande distribuzione ….  Assaggiata in bottiglia da 0,66; alc. 5,2% vol.; ©Alberto Laschi.

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