Tire Bite & Horn dog, Flying Dog Brewery

Fine settimana birrario all-america: ecco due buoni prodotti della Flying Dog Bewery:

“Pneumatico bruciato” (Tire bite): vai a sapere il perchè di questo nome, efficacemente rappresentato sull’etichetta della birra stessa, splendida, come tutte le loro altre. Per questo motivo ho scritto loro, a quelli della Flying dog,  per chiederne “ragione”: gentilissimi, mi hanno risposto dicendomi che il nome “originale” era Tire Biter, ma per evitare che qualcuno (scambiando biter per bitter) potesse pensare che questa birra fosse particolarmente amara, hanno eliso la “r” di biter. 5% vol. soltanto, con appena 16,5 IBU, brassata con soli luppoli tedeschi (German Perle ed Hellertau). Sensazione principale: finchè non arrivi al retrogusto, non sembra quasi di bere birra, se fai finta di non avvertire la carbonazione. Questo perché solo nel finale arriva il luppolo, delicato e soffuso, su entrambi i lati della lingua, in fondo, classico segnale di una corretta luppolatura: allora acquisti la consapevolezza di stare bevendo davvero una birra. Prima di allora la Tire bite va giù fresca e rotonda, con una sensazione watery molto, molto godibile, ma quasi insapore. Il malto c’è, sia quello d’orzo che quello di cereale,  lo si avverte però solo nella struttura del corpo della birra, e non nel gusto. Non che lo ritenga un difetto, ma non mi era capitato spesso di assaggiare una birra non sciapa, ma quasi insapore, luppolo finale a parte. Comunque va giù che è un piacere, placida e rotonda, soprattutto se bevuta alla temperatura giusta: una di quelle che potresti mandare giù a secchi. Bel colore, un vero e proprio “golden”, non saprei definirlo altrimenti, corretta la schiuma, all’inizio a bolle grosse, che mantiene sempre una leggerissima pellicola sopra il liquido. Scarso il naso. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 5% vol.;  ©Alberto Laschi.

 

Il nome … è ormai un marchio di fabbrica: Horn dog, in slang, non è comunque un gran complimento, quando è rivolto ad una persona, associata, in questo caso, ad una ben precisa “fissazione” … La birra invece non è così estrema o provocatoria come il nome lascerebbe pensare. 45 di IBU, bel colore tonaca di frate, limpido e lucente, 4 tipi di malti usati, avena in fiocchi e 3 luppoli, compreso il Cascade. Fatta maturare per almeno tre mesi in botte, e “invecchiabile” per almeno altri due anni dalla data di imbottigliamento, fa parte, assieme alla Old Scratch, alla Gonzo e alla Kerberos, del segmento “alto” della produzione della Flying Dog, quello denominato Canis Major. Non è una birretta, ma da una barley wine di 10° e più (pur nella versione USA) mi aspettavo un qualcosa di più robusto, e variegato. Tranquilla, dalla carbonazione quasi spenta e dal robusto aroma di malto, liquirizia e cioccolato, ha corpo rotondo, beverino (forse fin troppo), con una scarsa marcatura dei toni tipici di una barley: poco legno, altrettanto poca vaniglia e lattico, una sposatura maggiore sul medicinale/liquirizia. Lascia il palato pulito, ma non ricco, nella sua corsa complessiva, che finisce relativamente calda sui toni del malto. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 10,2% vol.; ©Alberto Laschi.

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