Kipling, Thornbridge Brewery

THORNBRIDGE BREWERY, Bakewell (Derbyshire).

La Thornbridge Hall è una grande casa di campagna, immersa in una vasta tenuta, vicino al villaggio di Great Longstone, nel  Derbyshire, posseduta dal XII al XVIII secolo dalla famiglia Longstone. Nel 2002 questa tenuta, caduta progressivamente in disuso, è stata acquistata da Jim ed Emma Harrison, che ne hanno fatto la propria dimora e un luogo esclusivo per grandi ricevimenti ed altri importanti eventi. Accanto a questa attività, Jim Harrison ha voluto dar vita ad un altro suo grande progetto: una fabbrica di birra artigianale, sfruttando anche le risorse idriche della zona, ricca di acque particolarmente adatte per la produzione birraria. Il progetto inizia a prendere corpo nel  2004, con un piccolo impianto posto all’interno della tenuta, chiamato, allora, “The Brewery baby”, con la supervisione/collaborazione della Kelham Island Brewery. In soli cinque anni la qualità dei prodotti ha portato la Thornbridge Brewery a diventare uno dei più promettenti micro birrifici inglesi, e a dotarsi  di un ben più sviluppato impianto di produzione, capace di 30.000 barili l’anno (a fronte di un investimento di 1,7 milioni di sterline). C’è anche molta Italia in questo progetto: l’head brewer è Stefano Cossi, coadiuvato dal neozelandese Ryan Kelly, e anche il nuovo impianto è made in Italy, della veneta Velo. La Thornbridge ha attualmente nel suo range produttivo 10 birre “stabili”, tutte brassate con materie prime prevalentemente inglesi, ma anche con “incursioni” fra i luppoli americani e neozelandesi.  Accanto a queste, una chicca, brassata, per ora solo una tantum. Nel 2007, infatti,  il mastro birraio italiano della Thornbridge ha voluto dar vita ad una “mini – gamma” (tre) di birre affinate in botte, denominata Thornbridge Alliance Reserve, brassate in collaborazione con Garrett Oliver, mastro birraio della statunitense Brooklyn Brewery. Molteplici sono i riconoscimenti vinti in giro per il mondo, nonostante la giovinezza della brewery: la Jaipur IPA, da sola, ne ha portati a casa già 48. Tutte le birre sono non pastorizzate e rigorosamente bottled conditioned.

Kipling

Il nome della birra è legato al luogo in cui viene prodotta, perchè fa esplicito riferimento ad un particolare edificio della Thornbridge Hall, chiamata The Hut Kipling, una volta adibita ad ufficio del Preside. La birra viene commercializzata dalla sotto la “dicitura” South Pacific Pale Ale, ma la si può tranquillamente inserire nella grande famiglia delle APA, pur con qualche “distinguo”. E’ meno amaricante, ed ha note fruttate molto più ricche delle consorelle. Molto è dovuto all’uso del “famoso” luppolo neozelandese Nelson Sauvin, che le conferisce un aroma e un gusto spiccatamente fruttato, di frutta esotica (kiwi) e pompelmo. La Kipling è veramente una bella birra, bella e ben fatta, a cominciare dal pulitissimo colore giallo dorato e dalla schiuma, fine, candida e abbondante. Il naso è subito invaso dal pompelmo e dalla frutta esotica, assieme ad un erbaceo fine e raffinato,  che rende questa birra non aggressiva ma comunque molto ben riconoscibile. Anche il corpo è ben strutturato, dotato di una rotondità corposa e biscottata, che si evolve in un gusto e retrogusto nettamente luppolati, con sempre ben evidenti le note agrumate e di frutta esotica. I lati della lingua e il fondo del palato ne conservano l’impressione e a lungo, prolungandone il (piacevole) ricordo. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 5,2% vol.; ©Alberto Laschi.

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