Ancora “quelle” del Brewdog

Gli scozzesi del Brewdog ci sanno veramente fare, lo dico dop aver assaggiato altri due loro prodotti “di punta”. In attesa della “seduta di degustazione” della Dogma, che fa bella mostra di sè nel frigo, mi fa piacere parlare della Chaos Theory e della Punk IPA.

Chaos Theory

Teoria del Caos ed effetto farfalla di bradburyana memoria: il concetto, grossomodo, è che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. Esemplificando,  « si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo ». E quelli del Brewdog, esplicitamente, vogliono essere quella farfalla che, sbattendo le proprie ali in un piccolo paesino della Scozia, cambia radicalmente e “violentemente” il modo di pensare, produrre e bere birra in tutto il mondo. Un po’ pretenziosi … ma la sfacciataggine a volte cela dietro di sè anche una esatta consapevolezza di sé e dei propri mezzi, e quindi non necessariamente è sinonimo di arroganza. Venendo alla birra, questa “random IPA” degli scozzesi, altrimenti definita anche Pacific Pale ale, come sempre, si fa notare. Innanzitutto per l’uso (consistente) di un solo luppolo (“folle”), il neozelandese Nelson Sauvin (da qui il “pacific”) che sprigiona netti sentori di uva acerba e kiwi, assieme a malti Pale Chrystal e Caramalt che ben bilanciano i netti sentori asprigni e fruttati. Bello anche il colore di questa ale, di un bel rosso ramato, dalla schiuma fine e poco persistente. Il naso è l’esplosione vera e propria di un luppolo aromatico, resinoso e pungente, dal citrico al confine con il pompelmo, ben armonizzato da un malto morbido e rotondo. Al palato tocca la stessa sorte: primo impatto invasivo di luppolo con tutte le note asprigne della frutta rossa, dell’uva non matura, per arrivare ad una rifinitura più morbida  e rotonda, data da un malto leggermente dolce, il tutto equilibrato da una frizzantezza efficace. Il finale conserva note aspre e agrumate, pulite e sostenute. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 7,1% vol.; ©Alberto Laschi.

Punk IPA

Secondo i birrai siamo davanti ad una “pale ale post moderna”: malti Marris Otter ed Extra Pale, luppoli Chinook, Crystal e Motueka dalla Nuova Zelanda, il tutto per un IBU di 65. Una bionda non carica di gradi, ma che comunque si fa ben valere per una sua robusta presenza: una IPA nata e sputata. Un bel biondo limpido, schiuma quasi assente, e un naso non proprio prorompente, fatto di luppoli prevalentemente agrumati e resinosi, con un finale leggermente sfuggente di frutta rossa asprigna. Il “contrasto”, o per meglio dire, il “morso” (vanto del Brewdog), si ha nell’approccio gustativo, più netto e corposo: un luppolo abbondantissimo che avvolge lingua e palato, un corpo pieno, secco e robusto, con una malto che riesce solo a far capolino, con le sue note biscottate, in un contesto alquanto secco e amaricante, finale compreso. Non è una birra spiazzante, ma che tendenzialmente inganna, con questa “doppia corsa”, ma che alla fine si fa più che apprezzare. Dopo otto mesi di braccio di ferro (dal lancio sul mercato di questa IPA) con il Portman Group, l’ente anglosassone che vigila sul marketing dei prodotti alcolici, la Brewdog è riuscita ad ri-ottenere il permesso di mantenere la strategia di marketing scelta per la commercializzazione di questa birra, definita dagli scanzonati scozzesi “aggressive beer“,  inizialmente accusata di essere potenzialmente associabile a comportamenti a rischio, proprio a causa della definizione un po’ “spinta” . E il marketing ha funzionato e continua a funzionare: la birra “scompare” regolarmente dagli scaffali, riscuotendo un grande successo di vendite. Assaggita in bottiglia da 0,33; alc. 6,1% vol.; ©Alberto Laschi.

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