Sigle hop IPA, Mikkeller

Amarillo Single Hop IPA

Cascade, Centennial, Chinook, East Kent Golding, Nelson Sauvin, Nugget, Simcoe Imperial, Simcoe, Tomahawk, oltre al qui presente Amarillo. Questa l’attuale composizione della linea produttiva delle Single hop della Mikkeller (tutte brassate alla De Proef, però), una vera e propria scuola-guida luppolaria. E, chiaramente, tanto luppolo si avverte in questa IPA brassata con l’americano amarillo e con tre tipi di malto, Pilsner, Carmalt, Munich. Il colore è leggermente opalescente, con una sfumatura che l’accosta più al terra di siena che al biondo ramato. La cosa che colpisce, d’acchito, è la schiuma: enorme, abbondantissima, fine, compattissima, e di lunghissima persistenza. Si piazza sopra la birra e non l’abbandona più. Un solo luppolo, dicevo, ma è più che sufficiente, sia nell’aroma che nel gusto. Note diffusissime di arancio amaro, di resine balsamiche, rustiche e graffianti, che mettono a dura prova narici e papille. E’ vero che il malto, con le sue note leggermente biscottate e relativamente morbide, tenta di attenuare un po’ il tutto, ma il luppolo prende decisamente il sopravvento, e porta la birra dove vuole lui. Birra che finisce massivamente amaricante, con lingua e palato che rimandano e risentono a lungo della persistenza amarezza, asciutta e leggermente fruttata, rilasciata dall’amarillo. Un bell’esercizio di scuola, si potrebbe dire, con il “limite” rappresentato da una certa monotematicità, e da una alcolicità non contenuta, che amplifica di molto la già consistente connotazione amara.  Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 6,9% vol.; ©Alberto Laschi.

Tomahawk Single Hop IPA

La “terza C” del luppolo, dopo Cascade e Centennial. Non inganni il nome, Tomahawk: qui si parla e si tratta del luppolo Columbus; la variante “indiana” (era la scure da combattimento dei nativi d’America) del nome deriva da una diversa registrazione commerciale, di ditte “concorrenti”. Ma di fatto si parla della stesso tipo di rizoma. Che dire, sembra proprio di essere ad una scuola del gusto: stessa birra, luppolata ogni volta con un solo luppolo diverso, che si fa riconoscere (inevitabilmente) ed apprezzare (soggettivamente). Il Columbus, a mio parere, si rivela molto più elegante dell’Amarillo, “conosciuto” nell’altra birra, almeno nell’aroma, al quale conferisce  una nota più austera e fruttata, meno rustica e granulosa. E’ veramente un bel naso, con le tante sfumature che gli derivano da aromi fruttati, che arrivano davvero a ciuffi, rigogliosi e freschi. Il pompelmo, l’ananas, un agrumato non amaricante, un che di vaniglia, un resinoso di pino molto balsamico. Una volta che si è riusciti ad arrivare al liquido, superando la enorme barriera di una schiuma fine, cremosa, stabile, la birra si fa nuovamente apprezzare nella sua rotondità e relativa corposità. Il Columbus poi le conferisce un’amarezza ancora più diffusa, quasi acre ed abrasiva, che satura quasi subito palato e lingua, lasciando al fruttato e all’agrumato un solo piccolo spazio di manovra. Aggressiva, direi, nel gusto, quasi quanto invece era accattivante e quasi ruffiana all’aroma. Parlare della corsa finale è pleonastico: luppolo, e basta, a lungo. Ero un po’ scettico, nei confronti del progetto Single Hop, ritenendolo potenzialmente monotono. Mi devo ricredere: è una bella giostra, nata da una idea semplice, che spesso sono quelle che funzionano meglio. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 6,9% vol.;  ©Alberto Laschi.

 

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