It’s Alive & Funky e-star, Mikkeller

It’s Alive

Lo afferma, con l’autorevolezza di anni e anni spesi nel mondo dell’homebrewing,  Massimo Faraggi: la famiglia dei Brettanomyces, birrariamente parlando, è famiglia aristocratica, dalle nobili origini (le birre inglesi del XVII e XVIII) e dalle ancora più nobili frequentazioni (Orval, lambic, solo per fare un paio di nomi). In omaggio a questa particolarissima famiglia di lieviti (e alla Orval, soprattutto) i Mikkeller hanno pensato di brassare questa “belgian wild ale”, inoculando nella birra stessa, nella seconda fermentazione, i brettanomiceti stessi. Il risultato ottenuto mi porta a pensare che l’intenzione fosse quella di omaggiare un modello produttivo di assoluto pregio e  riferimento, e non di crearne un clone (ed è giusto così, penso). Questo perché la It’s alive danese non “assomiglia” molto alla Orval, anche se è abbastanza evidente che il modello di riferimento lo potesse essere. Sicuramente l’uso delle materie prime (malti pallidi e caramalt, luppoli Hellertauer e Styrian Goldings) ricalca la procedura produttiva dei monaci belgi dell’abbazia di Notre Dame d’Orval, ma i risultati sono abbastanza divaricanti. C’è poco dell’asprezza secca e pungente della birra trappista (che in alcuni lotti produttivi meno recenti era comunque molto, molto rustica e graffiante), molto più scarsa di naso e meno carbonata, molto più morbida di malto e caramellata al gusto. Per non parlare del finale e del retrogusto: proprio due mondi diversi. Con questo, non intendo però affermare che la It’s Alive sia una sorta di fallimento produttivo, o, peggio, un clone venuto male. Avevano in mente l’Orval, ma l’hanno “tradotta” in danese, nella lingua produttiva dei Mikkeller, originale e quasi autoctona. Una buona prova produttiva, che però non aggiunge molto di nuovo nel panorama produttivo: il mastrobirraio però garantisce che la presenza dei brettanomiceti dovrebbe assicurare una “fantastica evoluzione della birra in bottiglia nei prossimi due anni”. Assaggiata in bottiglia da 0,75; Alc. 8% vol.; ©Alberto Laschi.

Funky e-star

C’è scritta sul sito e c’è scritta anche sulla label (o almeno c’era sulla label della bottiglia in mio possesso): la gradazione alcolica di questa birra non è 9,4°, ma 9,39°. Assomiglia molto ad uno “sfizio” del produttore, questa indicazione precisa al centesimo di grado, ma tant’è: Mikkeller si fa notare anche per questi (piccolissimi) particolari. La Funky e-star (che Ratebeer “trasforma” in Funky e(a)ster) è la versione un po’ più alcolica della It’s Alive, prodotta per il mercato americano. Come la “sorella minore” è brassata presso la ormai conosciutissima brouwerij belga De Proef, e, differentemente dalla “sorella minore” assaggiata per prima, in questa i Bretta si avvertono, molto di più, e conferiscono alla birra una più spiccata personalità. Non cambia molto, ovviamente, l’ossatura della birra, che rivela il medesimo color ambrato (forse solo leggermente più carico), la medesima schiuma, fine e cremosa,e il carattere prevalentemente maltato. E’ però un po’ più ruvida, meno ruffiana, con una asprezza e una astringenza leggermente più marcate, e una vena delicatamente acidula che non stona affatto nel contesto. Presumo, da quanto prima riportato, che anche questa Funky, per la presenza dei Bretta in bottiglia, potrà godere di una “fantastica evoluzione”; il punto di partenza è già comunque molto buono. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 9,39% vol.;  ©Alberto Laschi.

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