Una birra dell’altro … mondo

Coopers Sparkling Ale

Il prodotto di punta, universalmente riconosciuto, insieme alle stout e alla Coopers Vintage ale, di questa affermata brewery australiana, carica di anni e di “onori”. E’ una golden ale, rifermentata in bottiglia: lo si nota anche dal colore opalescente, risultato dello sversamento nel bicchiere del lievito aggiunto in bottiglia prima della sua chiusura. Ed è una buona birra, realmente. Mi aspettavo molto di meno, partendo dall’erronea convinzione che, trattandosi di una birra proveniente dall’altro … mondo (produttivamente parlando), non poteva essere che poco più che banale. C’è tecnica e sostanza, quest’ultima non sopraffina, ma la Sparking Ale può tranquillamente competere con molte altre birre europee dello stesso stile, dotate, a volte,  di nome e fama fin troppo altisonanti. Brassata secondo gli originali principi produttivi di Thomas Cooper (così la ditta assicura), il fondatore della brewery stessa,  la birra ha questo bel colore biondo dorato, relativamente opalescente, e una bel cappello di schiuma, fine e aderente, dalla persistenza relativa, ma dotata di grande esuberanza. E’ piccante di lievito e fresca di luppolo, al naso, molto croccante e fragrante, un naso non ricchissimo, ma che regala una bella sensazione di “aria fresca”. Il corpo è più ricco, leggero e rotondo, dotato di un “decente” spettro gustativo. Frutta bianca (mela), un leggero agrumato, una asprezza assolutamente non disdicevole e un finale leggermente citrico. L’impronta di malti pallidi e leggermente caramellati si avverte comunque in questo contesto parzialmente esuberante, e rendono il tutto più che godibile. La carbonazione accentuata la rende croccante, il finale mediamente persistente e nettamente fruttato la fa piacevolmente ricordare. Assaggiata in bottilia da 0,355; alc. 5,8% vol.; ©Alberto Laschi.

 

Coopers Brewery, Adelaide (Australia)

Da scalpellino a mastrobirraio, grazie ad una indisposizione della moglie. Questa, condensata,  è la storia di come Thomas Cooper abbia dato vita nel 1862 ad una delle maggiori e più conosciute brewery australiane, attualmente guidata dalla V generazione della famiglia Cooper. Di fronte ad una indisposizione della moglie Ann, il capostipite Thomas le fa bere una delle proprie birre fatte in casa, e la moglie ne trae un effettivo giovamento. Questo, assieme ad altri significativi segnali provenienti dall’esterno della cerchia familiare, lo convince della bontà del proprio prodotto, e dell’efficacia della propria tecnica produttiva. Appena ventiseienne, infatti, scalpellino a tempo pieno e homebrewers a tempo perso, Thomas sceglie di produrre non nel semplice, scontato metodo tipico delle ales inglesi, che, nella lontana colonia, venivano anche arricchite con un bel po’ di zucchero. Thomas brassa con solo malto e luppolo, il che rende i suoi prodotti corretti e genuini, e anche ricercati. Comincia quindi a produrre non solo per hobby, ma in maniera commercialmente significativa, tanto che in 35 anni, lascia alla sua morte (avvenuta nel 1897) una brewery molto ben avviata e conosciuta.  I suoi eredi “allargano il giro” della distribuzione, vendendo le proprie birre anche nelle catene degli hotels, e, una volta superati anche gli ostacoli derivanti dal proibizionismo e dalla Grande Depressione, iniziano ad esportare, nel 1939, anche Nuova Guinea, dopo aver ulteriormente accresciuto la propria diffusione interna. Dagli anni ’60, il management aziendale, accanto alle ales e alle stout, sceglie di investire molto sulla produzione di birre a bassa fermentazione, molto richieste dal mercato. Lo stesso management, vista la necessità di ampliare i propri impianti produttivi, sposta la produzione prima a Leabrook (1997) e poi a Regency park (nel 2001), con un investimento complessivo di circa 100 milioni di dollari australiani. La Coopers è una Public Company, abbastanza “blindata” comunque, saldamente in mano ai discendenti di Thomas Cooper (tutte le quote societarie sono in mano agli attuali 117 componenti della famiglia Cooper), che produce volumi di birra significativi (Coopers da sola rappresenta il 5% dell’intero mercato birrarrio australiano), senza però “commercializzare” troppo il proprio stile produttivo. E’ ampiamente usata la tecnica della rifermentazione in bottiglia (questo segmento produttivo rende alla Coopers 110 milioni di euro l’anno), per esempio, in una gamma che può contare una decina di prodotti diversi, dalle pils alle lager, dalle ales alle stout; il malto proviene esclusivamente dal Sud dell’Australia e il luppolo dalla Tasmania, il ceppo di lievito usato è di proprietà esclusiva della Coopers stessa, segni, questi, di una grande attenzione alla qualità delle materie prime.

 

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