L’inverno … secondo De Molen

Mi è capitato di assaggiare due birre tipicamente invernali (due doppelbock) del birrificio Olandese De Molen, già incontrato nel notro peregrinare degustativo. Simili per tipologia, ma estremamente differenti per carattere, sono entrambi espressione della fantasia (veramente notevole) del mastrobirraio olandese, ormai molto apprezzato. Interessante notarne le differenze ….

De Molen Winterbock

La delicatezza fatta … birra. E’ una doppelbock, ha 8,3° alcolici, ma si presenta gentile e va giù delicata. Premiata al CAMRA del 2005, è uno splendido esempio di birra calda e riscaldante, perfetta, appunto, per la stagione più fredda. Lineare la degustazione di questa birra, apparentemente “facile”, ma sostanzialmente ricca. Si comincia dal colore, un bel rossiccio mogano, con soffusi riflessi ramati, limpida e brillante. La schiuma, poi: perfetta, veramente come dio comanda, fine, cremosa, persistente con un bel merletto lasciato sul bordo interno del bicchiere. Naso denso e cremoso (quasi come la schiuma), con una struttura solida e duratura di malto “zuccheroso”, morbido e non stucchevole, E una bella speziatura (chiodi di garofano, cannella). Il tutto viene “ripulito” ed equilibrato da una leggera luppolatura, che si ripresenta anche nel gusto, a fare da parziale contrappeso ad una  maltosità corposa. Correttamente carbonata, rivela piano piano tutta la sua ricchezza gustativa, con note di liquirizia, polvere di cacao e leggerissima acidità finale, che ne fa uno splendido esempio di doppelbok nordica. Da bere con tranquillità, ricca e armoniosa, quasi nobile, con un finale delicato e sorprendentemente beverino, che ne mette in risalto ancor di più, se possibile, la spettacolare sapienza produttiva. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 8,3%vol.; ©Alberto Laschi.

De Molen Donder & Bliksem (versione USA)

In origine era una Pils, in stile boemo, di 5,9°; per gli americani (non si sa bene a causa di cosa) la “tuoni & fulmini” è  diventata tutt’altro, una doppelbock di 8,2° , dal profondo colore tonaca di frate, assolutamente neanche parente alla lontana della Winterbock di cui ho parlato in precedenza. Misteri della birrificazione, o, forse, espressione dell’ assoluto “potere” del mastro birraio, che fa, spesso, quello che vuole. Un gradino sotto. Questo è il giudizio sintetico, un gradino sotto la Winterbock, per pulizia ed eleganza produttiva. E’ robusta, la gradazione alcolica qui si sente tutta, e non proprio in maniera equilibratissima; anche la complessità gustativa impatta in maniera un po’ più “grossolana” rispetto all’altro prodotto invernale. Poca schiuma, poco persistente, il colore marrone leggermente tenebroso e parzialmente opalescente, un naso “grasso”. Si percepisce netto il caramello, il legno, frutta rossa non particolarmente astringente, e, in generale un tenore liquoroso alquanto accentuato. Ricco, ma, forse, un po’ troppo robusto. Appare “stranamente” sgasata, quasi piatta (non so se è un difetto della bottiglia da  me degustata), e al palato ricorda più una barley wine che una doppelbock. Terrosa e un po’ rustica, con la corteccia del legno che si fa strada fa il caramello, la liquirizia e vaghe sensazioni medicinali, impegna alquanto il palato (e la testa), reclamando tempo e attenzione. Birra dalla forte personalità, che presenta le sue molteplici sfaccettature via via che si riscalda e si allarga nel bicchiere, densa e calda, ed offre un altro significativo segmento dello spettro produttivo del geniale mastro birraio olandese. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 8,2% vol.; ©Alberto Laschi.

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