Un passo indietro, temporalmente parlando, rispetto allo Zythos, un passo avanti (forse) produttivamente parlando. The Kasteel der Lakerbossche, Oostkamp, nella provincia fiamminga delle Fiandre Occidentale; protagonista e deus ex machine la Picobrouwerij Alvinne, che è riuscita a riunire sotto lo stesso tetto, oltre a se stessa, quattro
fra i più interessanti e creativi birrai europei, con in aggiunta, la più belga delle brouwerij olandesi.
Arrivarci non è stato facile, complice l’ormai abitudinaria (per i belgi) scarsissima segnalazione logistica: unico “indizio” una misera freccia giallognola con scritte lillipuziane appiccicata sul tronco di un albero, che spediva cripticamente dentro ad una stradina immersa in un boschetto. Complimenti, davvero. Sia benedetto il dio dei navigatori satellitari, senza il quale saremo tutt’ora dispersi. Premessa necessaria al tutto: ci siamo potuti fermare a questa specie di happening solo poco più di un’ora, e quindi il giudizio generale e particolare risentono ovviamente di questo limite. Giudizio che mi sento di poter sintetizzare in tre specifiche parti: location, “fauna”, offerta birraria.
Location particolare, a metà strada fra una tenuta scozzese adattissima a frequentazioni di tipo massonico e una segreta rimessa un po’ in sesto, Particolare, comunque, intrigante, anche, non proprio comodissima e funzionale all’evento. Ci si doveva fare un po’ di posto con i gomiti perchè lo spazio non era abbondantissimo e i birrai ne
avevano occupato la maggior parte con i propri stands. Il tutto perfettamente (o apparentemente) trasandato, in perfetto belgian style: essenziale, poco formale, estemporaneo (il beershop era allestito nel ripostiglio degli attrezzi della tenuta stessa, con le bottiglie di birra in bella evidenza su tavolacci accanto a secchi vernice ed atterzzi vari). Impareggiabile, come il camino (vero) in (vera) pietra acceso in uno dei saloncini.
La fauna: variegata, “particolare”, diversa (almeno in parte) da quella che popola ed anima altri eventi birrari similari (Zythos compreso). L’impressione iniziale è stata quella di entrare in contatto con una vera e propria congrega: gruppetti sparsi per i saloncini e il giardino esterno, fare guardingo, estrema concentrazione sul liquido gelosamente accudito nei propri bicchieri, tutti con un fare molto serio (o serioso), gergo quasi intraducibile, uno slang molto stretto, assai arzigogolato. Il primo termine che mi è venuto per identificarli è stato: una banda di assaggiatori professionisti, dei veri e propri beernauti. All’apparenza un po’ “sfigati”, nella sostanza utenti comunque “evoluti” a caccia della chicca, della birra insolita, del “verbo” del mastrobirraio. Non moltissima gente, ma forse, tutta truppa scelta (con i pro e i contra che questa affermazione potrebbe suscitare).
Le Birre, i birrai. Scansata a prescindere Alvinne (troppe birre, troppo confusa, non “giusta” per il mio palato). Limitati gli assaggi della Struise, con una spettacolare Sint Amatus ed una spiazzante Aardmonnik, visto l’esaurimento, al nostro arrivo, della Dirthy Horse, la birra dell’evento (a detta di Urbain). Il tutto servito a temperature siderali. Brewdog: ricercatissimi, molto trendy, carissimi (5 gettoni per un mezzo calice, già di per sè lillipuziano, di Tactical sono un mezzo furto), ma disponibilissimi e sempre sorridenti (tenuto conto che sono scozzesi …). De Molen: una batteria impressionante di spine (nove), tante birre, spesso incarnazione della estremizzazione del concetto di stile. Alcune hanno asfaltato naso, papille, palato, lingua e tutto quanto c’era di asfaltabile; altre hanno veramente “spaccato”, almeno il mio concetto di bevibilità ed estrosità. Thornbridge: conferme su Jaipur e Kipling, una mezza delusione la St. Petersburg barriccata (la Island Reserve), ma ho potuto dedicargli poco tempo e non molta attenzione. Qualla un po’ fuori contesto è stata la Urthel, la cui Saisonniére si è comunque rivelata godibilissima (nella sua specificità, e, forse, anche perchè “solo” normale). Complimenti alla mastrobirraia (in tutti i sensi). Livello mediamente alto, tanta fantasia, molta classe, alcuni azzardi.
Alla fine: i pregi di questo evento (già di per sè raccomandabile a prescindere)? La location (molto glamour, discretamente defilata, aristocraticamente austera e dall’aria un po’ “complottistitca”), e la scelta dei birrai presenti
(limitata nel numero ma ricca nella sostanza); il prezzo delle birre al beershop (a volte da non credere ai propri occhi, abituati come siamo ai salassi italioti), la qualità generalmente alta del prodotto. I difetti? Spazi un po’ risicati e non proprio funzionalissimi, anche se glamour, politica dei prezzi agli stand un po’ confusa e confusionaria (non tutte le birre costavano lo stesso gettone), alcuni eccessi modaioli (i 5 gettoni per il quindicesimo di Tactical gridano ancora vendetta).
Ci ritornerei? Di corsa. Ma non a corsa, bensì con un po’ più di tempo a disposizione. 5 assaggi di De Molen a raffica in un’ora (oltre atutto il resto), quasi sempre di birre al di sopra dei 9° alcolici, hanno poco senso, e hanno una giustificazione solo nel concetto ”ora o mai più“.
A domani, per la rassegna “completa” delle birre assaggiate in questi due particolari eventi, accorpate nelle categorie: indispensabili, accessorie, inutili.

[...] come la notte, ma veramente nera, questa imperial stout olandese, assaggiata al Pre-Zythos, “variante” più leggera della Hel & Verdoemenis “classica” (questa “solo” 10°, la [...]