The american way of aipiei

Mi è capitato di assaggiare, un paio di giorni fa, due ottimi esempi di IPA brassati da due “emergenti” birrifici americani, uno dei quali già conosciuto in precedenza. Rappresentano entrambi, ciascuno a suo modo, la declinazione americana dell’inglesissimo stile delle IPA, molto più fantasioso e accattivante, a mio parere, della versione originale.

WIPEOUT, Port Brewing

Una marea di luppoli, davvero, per questa IPA american style, ma soprattutto surfing style. Continua infatti con questa Wipeout il trend “ondaiolo” di questa brewery, che sembra avere individuato nei surfisti californiani il proprio bacino di utenza d’eccellenza. Una birra, dice la ditta, fatta per sostenere tutti quegli appassionati che fin dall’alba affrontano le acque fredde dell’Oceano, una birra nella quale l’ondata dei luppoli effettivamente sopraffa la tessitura del malto, comunque presente ed equilibrata. Two Row, una percentuale di frumento, Carapils e Malt Crystal, questa la parte “corposa” (per un totale di 7% di vol. alc.): dall’altra parte 3 luppoli, tipicamente made in USA, Amarillo, Centennial e Simcoe, che ti si piantano in mente e rendono questa birra inconfondibilmente caratterizzata. Magari ce ne sono tante altre in giro, quasi simili, con la tipicizzazione agrumata e balsamica che la Wipeout regala; non potendo fare tantissimi paragoni (uno dei quali è legato alla birra della quale parlerò dopo di questa) posso però dire che è tanta roba, ricca ed elegante. Non eccessiva, nel senso che i luppoli hanno davvero il sopravvento senza renderla estrema, o troppo particolare (sinonimo spesso di “imbevibile”). Al naso sembra di essere davvero in un campo di luppoli freschi e “ariosi”, leggermente rustici ed essenzialmente astringenti, con una componente agrumata e a tratti citrica che stappa veramente le narici (e la testa). Bel colore aranciato, leggermente opalescente. Dalla schiuma scarsa ma persistente, fine e cremosa. Riempie bocca e palato con le sue note balsamiche, accompagnate da un leggero caramello, lasciando tracce importanti e permanenti di un amaro pervasivo ma non astringente. Splendida la corsa finale, costantemente elegante e moderatamente asciutta, con un ricordo non latente di frutta fresca. Assaggiatan in bottiglia da 0,66; Alc. 7% vol.; ©Alberto Laschi.

 

Mean Manalishi Double I.P.A., Hoppin’ Frog

 

 

Due  cose, innanzitutto: il nome, o meglio, una parte di esso (Manalishi) e l’IBU dichiarato (168). Andando alla ricerca di una possibile spiegazione a questo termine orientaleggiante, mi sono imbattuto in Peter Green e i Fleetwoodd Mac, che hanno cantato nel 1970 la sua canzone dal titolo, appunto, di Green Manalishi. Alcuni dicono che dietro questo titolo si “nascondesse” solo e soltanto un certo tipo di LSD, il cui uso era molto diffuso in quegli anni. Green lo ha sempre negato, però, affermando che la canzone parla solo e soltanto di soldi, e del loro potere diabolico. Nell’uso gergale comune (“da strada”, si potrebbe dire) manalishi, usando un giro di parole (che un’amica poliglotta mi ha aiutato a decifrare) lo si potrebbe rendere con “qualcuno che ha un bel carico di soldi e che li sventola sotto il naso di tutti (meglio, li ostenta) ad ogni occasione. Una prostituta, cioè uno/una che farebbe di tutto per attirare l’attenzione su di sè, facendo ricorso anche all’ostentazione dei bigliettoni verdi.  Eccheccavolo. Che c’azzecca poi tutto questo con una birra? Difficile dire: l’unica cosa che mi viene da pensare è che la Mean Manalishi della Hoppin’ Frog è birra che ce la mette tutta per  attirare l’attenzione,  in molti modi, anche ostentativi, un po’ per la sua etichetta ammiccante, un po’ per questo IBU “spropositato”, un po’ per la su ruffianeria.  E riesce pienamente nell’intento: assaggiata subito dopo la Wipeout, si è dimostrata una vera e propria “evoluzione (in meglio) della specie”. Una Imperial/double IPA con i controfiocchi, 8,2 % di vol. alc. ben distribuiti in tutto l’arco degustativo, corroborati da una vera e propria esplosioni di luppoli, rigorosamente made in USA. Pompelmo, buccia d’arancio, resina di pino, fiori di luppolo che si contendono (e si appropriano) di naso e palato, arricchendoli entrambi di sensazioni corpose ed equilibrate. Il malto lo si avverte nel sottofondo, ma molto, molto lontano; il colore è il medesimo biondo aranciato leggermente opalescente della Wipeout; come similari sono schiuma e carbonazione (non spiccata). Più corposa e meno watery della prima, ha rotondità da vendere, assieme ad un finale decisamente pulito ed equilibrato. Ancora una volta vanno riconosciute la competenza e la grande intuitività di Alex Liberati, che è riuscito a portare al di qua dell’Oceano questi due intriganti prodotti della new wave birraria americana. Assaggiata in bottiglia da 0,66: Alc. 8,2% vol.; ©Alberto Laschi.

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