Il Nelson Sauvin è un luppolo modaiolo, lo si sa, soprattutto in questi ultimo tempi. Molti lo usano o hanno cominciato ad usarlo; ma non tutti lo sanno usare, mi permetto di dire. E’ luppolo giovane, commercialmente
parlando. I primi esperimenti, in Nuova Zelanda, si cominciarono a fare nel 1980, selezionando e “modificando” alcune piante di luppolo Smoothcone (la “derivazione” neozelandese del Fuggles). Solo nel 2000 si è iniziato a commercializzarlo in maniera sistematica, ed ha subito incuriosito i più innovativi mastribirrai, attirati dalle caratteristiche quasi uniche di questo luppolo. Il cui nome ha due rimandi, uno geografico e uno vitivinicolo: Nelson, dal nome della zona centrale della Nuova Zelanda, dalla quale questa varietà di luppolo proviene; Sauvin in onore delle sue caratteristiche aromatiche e degustative, che richiamano le note fresche e fruttate dell’uva spina, descrittore, questo, usato spesso anche per le uve Sauvignon (il celebre vitigno della zona di Bordeaux). E’ un luppolo “vinoso”, quindi, o meglio, un luppolo che conferisce alla birra le note fresche e fruttate di un buon vino bianco, unite ad altre ricchissime note balsamiche, che richiamano alla mente i Tropici con la ricchezza e la tipicità dei loro frutti.
Non poteva mancare, quindi, nella gamma delle birre di Mikkeller dedicata alle birre monoluppolate. E devo dire che fra quelle assaggiate fino ad ora (Amarillo e Tomahawk) è quella che più mi ha colpito, e più mi ha soddisfatto. Birra ben più corposa dei suoi 7° scarsi, rotonda ma robusta, ricca, quasi lussureggiante, degli aromi e dei sapori luppolati
fino ad ora ricordati. Una bella schiuma a bolle relativamente grosse, un colore dorato molto carico, molto vicino al colore “albicocca matura”, opalescente, e un naso esoticamente prorompente, e spettacolare. Un naso “energico”, direi, che offre prima l’esotico della frutta tropicale, poi il fruttato elegante e zuccheroso di un vino raffinato, con una nota finale amara e ripulente. Il tutto, come dicevo, con eleganza ed equilibrio. La sensazione fruttata invade anche il palato, accompagnata da una componente balsamica quasi “solida”, comunque avvolgente: da la sensazione di rimanere in bocca molto più a lungo della sua effettiva permanenza fisica. Non esageratamente carbonata, regala più sensazioni frutatte di quelle “normalmente” luppolate, con l’amarezza finale decisamente stemperata in un fruttato/vinoso/esotico non molto astringente. Birra che racchiude in sé tutti mi pregi e i difetti di questa linea produttiva, ma che rende ragione in tutto e per tutto agli amanti del genere e di questa tipologia di luppolo, a volte spiazzante nelle sue sfaccettature.
Acquistata in bottiglia al beershop del Pre-Zythos, offerta (solo per “vedere che l’effetto che fa”) ad un amico belga noto produttore di birra artigianale, requisita nella sua seconda incarnazione (ero riuscito ad agguantarne due) per più approfonditi “studi di settore” dal birraio di cui sopra. Spero solo di aver fatto un investimento a lungo termine, conoscendo la maestria tecnica e la fantasia creativa del soggetto. Assaggiata in bottiglia da 0,33; Alc. 6,9% vol.; ©Alberto Laschi.

[...] Thornbridge Kipling, non molto lontano, invece, da quello della “consorella” dei Mikkeller. Erba, fieno, polvere e “rusticità”, agrumi, pompelmo, un fruttato esotico [...]
[...] idee “seriali” ha avuto anche quella delle birre single hop (assaggiate la Amarillo, la Nelson Sauvin, la Tomahawk e la Cascade): la serie ha visto ben dieci prodotti, uno per ciascun tipo di luppolo [...]