Il podio di Taste

Molte le birre assaggiate alla Stazione Leopolda di Firenze, nel contesto di Taste, come già raccontato in altro post. Il mio personale podio è occupato da queste tre birre, non necessariamente nell’ordine nel quale compaiono qui di seguito:

Birra del Borgo, My Antonia

Il nome le deriva dalla letteratura americana: “My Antonia”, romanzo  edito nel 1918, è considerato uno dei romanzi più importanti della scrittrice americana Willa Carther. Diviso in cinque parti, il libro narra  le storie di alcune famiglie di immigrati che si trasferiscono nel Nebraska per iniziare una nuova vita in America, la più importante delle quali è quella degli Shimerdas, di origine boema, la cui figlia maggiore si chiama, appunto, Antonia. Dalla letteratura alla birra, una splendida birra, la My Antonia,  realizzata per la prima volta nel 2008 a Borgorose in partnership fra Leonardo di VincenzoSam Calagione della Dogfish  Head (quest’anno sarà Leonardo ad andare negli USA da Sam per ri-brassarla). Una Imperial pils: basta la parola. Una produzione particolare, dalla inusuale (per una pils) gradazione alcolica di 7,5°, arricchita da una luppolatura continua di 60 minuti  con i luppoli Simcoe, Warrior e Saaz. Questo sull’onda della già consolidata esperienza produttiva della Dogfish, con la sua linea di birre 60, 75, 90, 120 (i minuti per i quali è prolungata la luppolatura continua). E’ densa, corposa, robusta ed equilibrata, dalla caratterizzazione ovviamente luppolata, ma con alcune interessanti variazioni sul lato maltato. Bella schiuma, fine e cremosa, bionda opalescente, ha naso floreale ed erbaceo, relativamente secco e asciutto, con il cereale che a ondate si ripresenta. In bocca è sorprendentemente cremosa, leggermente abboccata, con un luppolo presente ma non decisivo, che accompagna ma non ripulisce massivamente. Completo il percorso gustativo, che comprende l’imprinting luppolato, la tessitura maltata, il finale moderatamente alcolico e pungente di lievito. Lascia la bocca morbida e rilassata, con il luppolo che in lontananza raffina il  tutto. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 7,5% vol.; ©Alberto Laschi.

Barley, BBevò normalmente luppolata

Preannunciandone l’immissione sul mercato, Nicola del birrificio sardo Barley aveva “messo le mani avanti”: dopo la versione piatta, quella che avrebbe visto la luce sarebbe stata una BBevò più beverina, normalmente gasata, più luppolata, ma dalla “identica ricetta”. E meno male. A volte, quando un birraio ri-mette mano ad una sua creazione (già splendida, fra l’altro) non sai mai cosa aspettarsi, e tendi a prepararti al peggio. Ma con ”quelli” del Barley vai sempre sul sicuro: non solo non hanno stravolto il prodotto, lo hanno solo diversamente caratterizzato, “facilitandone” la bevuta: la versione non-piatta della BBevò non è altro che una BBevò più “ruffiana”, e più accattivante. Assaggiata nel formato 0,75 (la versione piatta invece è solo in bottiglia da 0,375), è birra che si lascia bere, e degustare, con generosità ed eleganza. E’ una birra speciale, nella quale, una volta che ripeti l’assaggio a distanza di tempo, ci ritrovi sempre molta della ricchezza che ti ricordavi, accanto ad altre connotazioni che solo un assaggio più ponderato ti permettono di valutare. E’ calda, rotonda, morbida e caramellata, con questo sottofondo muschiato e terragno che ha pochi eguali fra le birre italiane, e con le note leggermente vinose ed acidule di ciliegia sotto spirito (e mandorle) pienamente sostenute e correttamente attenuate da una luppolatura fine ed armoniosa. Lascia la bocca ancor più vellutata di come mi ricordavo, con un ricordo leggermente speziato e piccante che fanno intuire la presenza di un lievito ricco e forte. Difficile scegliere fra le due versioni: “caschi sempre da ritto”, comunque. Assaggiata in bottiglia da 0,75; Alc. 10,5% vol.; ©Alberto Laschi.

 

 Birrifcio del Ducato, Chimera

La Chimera è una delle innumerevoli creature mitiche che popolano la mitologia greca: di origini divine, è il risultato dell’ “assemblaggio” di parti diverse di diversi corpi di animali, tanto che molte delle raffigurazioni che si è tentato di farne differiscono alquanto fra di loro. Diventata, nel linguaggio comune, sinonimo di sogno quasi irraggiungibile, di illusione, che comunque spinge alla ricerca di una sua possibile concretizzazione, Chimera è anche il nome di questa birra del Ducato, quella, come si legge sul loro sito (finalmente on-line), dalla storia produttiva più travagliata e dal percorso non del tutto terminato. Faccio mia, comunque, l’affermazione del birraio, che dice di essere ormai “sulla strada giusta”. E’ vero, è davvero una birra compiuta, questa belgian dark strong ale (o anche dubbel ale), che presenta carattere e caratteristiche più che definiti. E gradevolissimi. E’ birra ad alta fermentazione, rifermentata in bottiglia, dal bel colore tonaca di frate, e dalla schiuma non molto ricca. Ha il naso di molte dark o dubbel ale belghe, con molto caramello, una tostatura discreta ma decisa e ricordi di frutta rossa sotto spirito. Pungente ma anche elegante. In bocca è più rotonda che al naso, con un corpo non certamente esile ma nenache eccessivamente robusto: moderatamente carbonata, ha nel proprio dna note morbide di malto, una leggera polvere di cacao, frutta secca (mandorle, nocciole) e una leggera speziatura finale che insieme al finale secco e asciutto completano quasi alla perfezione tutto il percorso. Elegante e raffinata, merita la più attenta considerazione. Assaggiata in bottiglia da 0,375; alc. 8% vol.; ©Alberto Laschi.

One Response to “Il podio di Taste”

  1. And the winners are ….. | inbirrerya

    […] di Parma, ne avevo già parlato recentemente (assieme ad un’altra suo splendido prodotto, la Chimera), e il premio ricevuto negli USA non è che un ulteriore importante riconoscimento a questa birra […]

Lascia un commento