Due inglesi agli antipodi

Serata inglese, pochi giorni fa, dalle mie parti, e una serie di assaggi, due dei quali hanno chiamato in causa due fra le brewery più in voga, e rispettate, adesso, dalle parti della Regina, la Thornbridge e la Meantime. Qui di seguito il “racconto” dell’assaggio di due birre, letteralmente agli antipodi fra di loro (una porter ala caffè e una IPA), sicuramente rappresentative degli stands produttivi delle due brewery in questione.

Meantime, Coffee Porter

Dopo la IPA, una birra totalmente “diversa”: una coffee porter, grazie alla quale la Meantime è diventato il primo birrificio inglese a produrre una birra con materie prime legate al circuito del commercio equo e solidale. Per brassarla infatti il birrificio inglese impiega il caffè della tipologia Arabica proveniente dalla cooperativa Bukawa Abuhuzamugambi del Ruanda. Ma è birra  o caffè? Dal punto di vista “tecnico”, è oggettivamente una porter, dal punto di vista olfattivo e degustativo, si accosta davvero ad un caffè (anche perchè una porter, di per sé, gli è già di suo abbastanza contigua). E’ comunque il regno del tostato/torrefatto, della polvere di caffè che in maniera abbastanza rustica si fa riconoscere dal naso, mentre si presenta leggermente più accomodante al palato. E’ un po’ spiazzante, in effetti, perché sembra davvero di avvicinarsi ad una tazzina di caffè, cosa che non facilita, a lungo andare, la “beverinità” della birra stessa. Ha corpo relativamente esile, abbastanza watery, frizzantezza scarna, schiuma fine e poco persistente. Il tutto si risolve nella individuazione/percezione degli aromi e dei sentori tostato-torrefatti e di quelli maltati, che cercano di dare un po’ di equilibrio e di morbidezza. Il colore è di un bel marrone scuro brillante, la sensazione generale è di compiutezza e di relativo equilibrio (tenendo conto della specificità che volutamente gli si è voluto dare): doti che le hanno permesso di  vincere numerosi riconoscimenti. Ma non è birra per il mio palato, e la mia testa. Assaggiata in bottiglia (elegantissima) da 0,33; alc. 6% vol.; ©Alberto Laschi

Thornbridge, Jaipur

La “città rosa”, Jaipur, appunto, popoloso capoluogo della regione indiana dello Rajasthan, da il nome a questa IPA, rivisitazione dello stile, essenzialmente british, fatta ad opera della Thornbridge. Che essendo brewery giovane,  l’ha un po’ rimaneggiato (lo stile), svecchiandolo un po’, rendendolo un po’ meno classicheggiante e un po’ più americaneggiante. I luppoli usati infatti le conferiscono da subito un aroma (e poi un gusto) nettamente fresco e citrico (un po’ di pompelmo, un po’ di cedrina), con sensazioni resinose più che diffuse senza essere invadenti, ed un erbaceo che nel finale lascia un po’ di spazio a note leggermente piccanti di lievito. Una birra ad alta fermentazione, dal bel colore biondo aranciato, che produce una schiuma fine, poco appariscente e non molto persistente. I malti usati costituiscono un bel sottofondo, regalando sensazioni morbide e leggermente abboccate che all’inizio appaiono predominanti, al palato, e poi lasciano spazio ad un luppolato equilibrato e astringente. La qual cosa fa del finale di questa birra il luogo della freschezza/asciuttezza. A trovarle un difetto, appare un po’ troppo “svelta”, nel senso che sensazioni olfattive e gustative non lasciano troppa traccia di sé, e il tutto appare un po’ “di corsa”. E’ comunque beverina, dal corpo relativamente watery che ne incentiva la beva. Dall’agosto del 2005 (anno in cui è stata immessa sul mercato, la Jaipur ha già vinto più di 30 premi nel Regno Unito, così come appare dalla “orgogliosa” pagina degli awards del sito di questa giovane e molto trendy brewery anglosassone. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 5,9% vol.; ©Alberto Laschi

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