Imperial/double IPA, made in USA

Ne avevo parlato pochi giorni fa, in un post ad essa dedicato, della World Beer Cup 2010 di Chicago e dei premi in essa distribuiti a profusione (pure a due birre italiane). Imbattendomi per la seconda volta in una birra della Founders Brewing Co. di Holland, Michigan, come prima cosa, per una repentina associazione di idee, sono andato subito a curiosare fra le varie liste di birre vincenti, per vedere quanti premi avesse ricevuto questa brewery. Sono stati quattro, in effetti, tre argenti e un bronzo.  Argento per la  Founders Porter nella categoria  Robust Porter, per la Dirty Bastard nella categoria Strong Ale e per la Centennial IPA nella categoria American-Style India Pale Ale; bronzo per la Imperial Stout nella categoria American-Style Imperial Stout.

Quale di queste quattro mi è capitato di assaggiare? Nessuna: alla Birroteca di Greve mi è però capitata a tiro la Double Tripla IPA (sempre della Founders brewery ovviamente), e non me la sono fatta scappare, attratto anche dalla splendida etichetta bi-facciale.

Due righe merita, prima di tutto, la “classificazione” di questa birra: la Double Trouble IPA è una Imperial/double IPA, tipologia molto “in voga” oltreoceano (ma non solo), e a me particolarmente gradita (per quello che vale): il solo Beeradvocate ne recensisce (ed elenca) 836 (!). Tutti i birrifici americani più a la page ne contano almeno una “esemplificazione” , dalla Port Brewing Hop 15 alla Mean Manalishi della Hoppin’ Frog, dalla Wood Aged Double IPA della Great Divide alla intera linea della DogFish Head caratterizzata dalla imponente luppolatura continua (60, 75, 90, 120 Minute IPA). Tutti rigorosamente (più o meno) brassate secondo il disciplinare che si trova a pagina 11 di quella che si può definire la vera e propria “bibbia” degli stili birrari , scritta ed approvata dalla Brewers Association,  i cui dati tecnici si riassumono in queste informazioni essenziali:

Original Gravity (ºPlato) 1.075-1.100 (18.2-23.7 ºPlato)                         Apparent Extract/Final Gravity (ºPlato) 1.018-1.024 (4.5-6 ºPlato);      Alcohol by Weight (Volume) 6.0-8.4% (7.5-10.5%)                                 Bitterness (IBU) 65-100                                                                                                Color SRM (EBC) 5-13 (10-26 EBC)

Dopo questo “doveroso” preambolo tecnico, arrivo alla birra che ha “scatenato” tutto ciò. La Double Trouble, dice la ditta che la produce, è una birra fatta a sommo studio per “mettere il mondo a testa in giù”: l’etichetta stessa lo rappresenta, una doppia faccia dall’orientamento opposto, ma coincidente (negli occhi). Geniale, e graficamente molto ben riuscita. 86 IBU, tanti, ma non troppi, ben distribuiti su di una ossatura impeccabilmente maltata. Luppoli freschi, aromatici e pungenti, a metà strada fra il floreale imperioso e il resinoso pungente. Viscosità accentuata, corretta consistenza, finale e persistenza super. Ha il colore dorato del’’oro antico, virante sul ramato, una sottile striscia di schiuma dopo un bel cappello iniziale, a bolle relativamente grosse. Il naso, come dicevo, è aggredito da questa ondata di luppoli, freschi, aromatici, che regalano ricordi di limoni, pompelmi, resine, spezie. E’ un naso piccante, ricco e lungo, molto lungo: i luppoli sembrano davvero non finire mai. Non è birra monocorde però: al palatto, durante la sorsata, anche il malto fa notare la propria presenza, con una rotondità pronunciata, leggermente viscosa, che impedisce al palato di venire azzerato dalla preponderanza luppolata dell’insieme.  E’, nel complesso, amara ed amaricante, non secca o astringente (nella sua amarezza), ma asciutta e ripulente, che non finisce di regalare, nella sua lunghissima corsa finale, le note agrumate, ruvide, pepate e speziate che già al naso facevano un bell’effetto. Difficile staccarsene, anche se la importante alcolicità, alla fine, presenta un po’ il conto. Ricca, non proprio snella, ma importante ed elegante. Una signora imperial or double IPA. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 9,4% vol.;   ©Alberto Laschi.

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