Tradizione che va, tradizione che resta

Una notizia e un racconto.

La notizia è della notte scorsa, e arriva dall’America. Un pezzo fondamentale della tradizione brassicola americana cambia “pelle” (oltre che proprietà). La Anchor Brewing  Company non appartiene più a Fritz Maytag, che l’aveva “rilevata” 45 anni fa, salvandola da un fallimento ormai inevitabile (nelle casse della brewery americana, allora, erano rimasti  solo 128$). Un gruppo finanziario di San Francisco,  The Griffin Group, l’ha rilevata, ribattezzandola subito Anchor Brewers & Distillers, LLC, voltando bruscamente così una pagina che si era aperta, negli USA, nel 1870; una pagina importantissima nella storia della produzione birraria americana, e una altrettanto importante pagina di cultura americana. Fritz Maytag l’aveva strappata dall’oblio e l’aveva salvata dalla chiusura, rilevando, come detto prima, nel 1965, il 51% del portafoglio azionario della brewery. Fritz era diventato così una vera e propria icona del Rinascimento Birrario Americano, dando inizio, nei propri stabilimenti, a quel percorso di artigianalità e creatività che avrebbe in seguito attirato e spronato centinaia di appassionati e creativi produttori di birra artigianale. Non è la prima volta che The Griffin Group compare sulla scena birarria internazionale. Keith Greggor e Tony Foglio (già “inventori” del brand Skyy Vodka ), ed esponenti di punta del gruppo finanziario, infatti, nell’Ottobre del 2009 sono entrati a far parte dell’ “estroso” progetto di “espansione” dell’ormai conosciutissimo Brewdog, il celeberrimo equityforpunks. Inizia, quindi,  da oggi una nuova storia: nella intenzione dei nuovi proprietari infatti, oltre alle solite buone intenzioni di prammatica, c’è  la volontà di promuovere e alimentare la cultura e il patrimonio delle birre e dei liquori artigianali americani. In che modo?  Istituendo un “Centro di Eccellenza“, a San Francisco, per produttori di birra artigianale e artigiani distillatori provenienti da tutto il mondo. Staremo a vedere.

Adesso la storia,

la storia di una tradizione che viene da lontanissimo, da un altro paese di grande tradizione birraria. Siamo in Germania, e l storia è quella che riguarda l’abbazia benedettina di Scheyern, in Baviera, e di una delle sue birre. Il monastero benedettino di Scheyern è stato “ufficialmente”  costruito nel 1119 quale locazione definitiva per la comunità monastica che fin dal 1077 era collegata alla nobile famiglia degli Scheyern, antenata dei Wittelsbach.  I primi monaci, “chiamati” in loco dalla contessa d’Aragona, moglie di Ottone II, conte di Scheyern, provenivano dalla abbazia di Hirsau . Si arriva alla “sistemazione” definitiva solo dopo numerosi passaggi, tutti legati a numerose e progressive difficoltà logistiche che condizionavano pesantemente la vita della comunità monastica. Una volta costruita sulla rocca di Scheyen (nella regione dell’Hallertau, famosa per l’importante produzione di luppolo) l’imponente struttura monastica, anche la vita religiosa dei benedettini prende corpo e sostanza, divenendo fin dal XIII secolo un importantissimo faro culturale ed economico per tutta la Baviera. Meta di pellegrinaggi imponenti, il monastero offre ancora oggi alla venerazione dei fedeli una importante reliquia della cristianità, un pezzo della Santa Croce di Gerusalemme, presente all’interno del monastero fin dal 1180. Il periodo più complicato il monastero l’ha vissuto nel XIX secolo, quando (nel 1803), in seguito alla secolarizzazione imposta in Baviera nei confronti di tutti gli istituti religiosi, il monastero fu chiuso e gli immobili venduti (e passati di mano più volte in pochi anni). Il periodo buio si chiude nel 1838, quando Ludwig I di Baviera restituisce tutto il complesso monumentale all’ordine benedettino, che invia alcuni monaci dalla abbazia “sorella” di Metten. Nel 1843 la comunità religiosa riesce a restituire lo status di abbazia all’insieme delle costruzioni monastiche, ripristinando una presenza religiosa e anche culturale che ancora oggi è considerata irrinunciabile dalla popolazione della Baviera.

Fin dalla sua fondazione i monaci, per autofinanziarsi, ma anche in ossequio ad una tradizione che in Germania accomunava quasi tutti i monasteri, hanno brassato birra all’interno delle mura del monastero. Questa attività è proseguita fino alla metà del secolo scorso, quando questo compito fu affidato ad un produttore di Ausburg. Da non molti anni la produzione è ritornata sotto il controllo dei monaci, sostenuti da importanti e competenti figure professionali esterne, come Tobias Hauer, primo nel suo corso di laurea in tecnologia birraria svolto presso l’Università di Monaco di Baviera. Attualmente il range produttivo della birreria monastica è costituito da cinque birre (secondo un sito dedicato a queste birre monastiche) o sei, secondo un altro . Confesso che non ho capito quale dei due è quello ufficiale/veritiero. Ratebeer, per non sbagliare, ne recensisce sette ….

A me è capitato di assaggiare la loro Kloster Export Dunkel, una birra dal bel colore mogano, nella sua elegante bottiglia da 0,50. Lo dico subito, non una birra memorabile, anzi, abbastanza ordinaria. Dopo tutto questo po’ po’ di storia, sinceramente mi aspettavo qualcosa di più e di meglio. E’  birra che “scappa”  veloce, un po’ troppo veloce: è vero che pochi sono i gradi (5,5°), ma la struttura è un po’ troppo snella. Poca schiuma, colore brillante, buona lucentezza, ma un naso stranamente “fumoso” e abbastanza grezzo, gravido di malto (e miele). Poco frizzante, rotonda al palato,con la medesima variante “fumosa” dell’aroma. Può darsi che sia una specie di “marchio di fabbrica”. Finisce a corsa, quasi garibaldina, lasciando dietro di sè un ricordo mieloso e maltato, decisamente abboccato.

One Response to “Tradizione che va, tradizione che resta”

  1. Un’ Anchor … a di salvezza | inbirrerya

    […] 10 birre “stabili”. Dal 1993 la Anchor ha aperto, accanto al birrificio, una distilleria. E’ notizia dell’Aprile scorso della cessione da parte di Fritz Maytag della proprietà della Anchor ad un gruppo finanziario di […]

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