In questa settimana, su un sito “specializzato”, è uscita la classifica che ogni anno viene pubblicata, dei migliori 50 ristoranti del mondo (gli sponsor di questa iniziativa, fra l’altro, sono italiani). Otto i ristoranti americani, sette quelli
francesi, cinque gli italiani e gli spagnoli e via via tutti gli altri. In cima alla classifica c’è però un ristorante danese, l’unico, fra l’altro, di quel paese presente nel ranking: il Noma di Copenaghen. Non entro nel merito, assolutamente, della classifica e dei relativi criteri usati per stilarla. Mi è venuta una sola curiosità: quanti dei top restaurant al mondo propongono anche la birra nella propria carta delle bevande? E sono andato a spulciare un po’ in giro: fra gli italiani (l’Osteria Francescana di Modena; le Calandre di Alajmo a Sarmeola di Rubano, Padova; Combal Zero di Rivoli; Dal Pescatore, nei pressi di Mantova; il Canto della Certosa di Maggiano, a Siena), nessuno. Almeno fra quelli che mettono on-line la propria carta dei vini/bevande. Se invece si va a spulciare la carta dei vini del Noma, si trovano ben tre pagine (dalla 45 alla 48) riempite da pale ales, IPA, stout e porter, barley wine, tutte di birrifici danesi e svedesi. Quindi si può mangiare bene e anche bere della buona birra, o meglio, la birra può tranquillamente “sedersi a tavola” anche nei ristoranti più a la page: basta crederci (nel prodotto) e sceglierlo con competenza. Una ultima curiosità: il prezzo della birra al Noma. Armatomi di convertitore di valuta on-line, ho visto che si va dai 12€ di una pils ai 18€ di una pale ale e di una IPA, dai 20€ di una special ai 27o€ (!!) di una barley wine. Ma si sa, nel Nord Europa il prezzo degli alcolici è tenuto “artificialmente” alto (anche con il tramite di fortissime accise statali) per scoraggiarne (o limitarne) il consumo.
Spostandoci, geograficamente, di poco, si arriva in Belgio, il “colpevole” , in questo caso, della seconda parte del titolo di questo post. Dal Belgio, infatti, due birre delle quali avevo parlato inprecedenza (senza averle assaggiate), e che mi hanno fortemente deluso, nonostante le premesse positive, al loro assaggio. Sto parlando delle due nuove
birre d’abbazia della brasserie Sint Jozef, la Herkenrode Tripel e la Herkenrode Bruin, riportate a casa dall’ultima incursione allo Zythos. Ne avevo già parlato, dicevo appunto, di questa nuova linea di birre della Sint Jozef, quella, per intendersi, delle birre dal nome evocativo di “celebre in guerra”, la Sint Gummarus Triple e la Dubbel. Quasi superfluo dire che delle due nuove birre non c’è alcuna traccia sul sito della brouwerij, come nelle migliori delle consuetudini belghe: eppure non sono “birre da poco”, nel senso che entrambe possono fregiarsi del titolo di Biere d’abbaye reconnue, rilasciato loro nel luglio dell’anno scorso. Riconoscimento il cui percorso era partito da lontano, dal 1999 addirittura, teso a valorizzare la tradizione secolare dell’abbazia di Herkenrode,adesso non più abitata da monache, ma ancora frequentatissima. Fondata nel 1182, nel 1217 la già fiorente abbazia viene incorporata dall’Ordine Cistercense, che vi insedia la più grande comunità monastica femminile dei Pesi Bassi di quel periodo. Gli anni più floridi della storia dell’abbazia sono quelli che precedono la RivoluzioneFrancese, che nel 1796 spazza via, come in quasi tutta l’Europa, la comunità monastica di Herkenrode. Il periodo di oblio termina nel 1974, quando i resti dell’abbazia con i terreni annessi (280 ettari) vengono dichiarati “zona monumentale e paesaggistica protetti”. Nel 1998 il tutto viene acquisito dalla Regione fiamminga, che la fa diventare un centro molto importante dal punto di vista archeologico, spirituale e faunistico.
Arrivando alle birre, la bionda, la Herkenrode Tripel, una bionda di 7° alcolici, porta la firma del amstro birraio Robert Putman, della brasserie di Oppiter. E’ relativamente classica, una abbey tripel dal colore brillante e dalla
abbondante schiuma, dalle bolle relativamente grosse. Ha un naso nettamente maltato, non troppo elegante, con un retrolfatto curiosamente acidulo, non perfettamente integrato con il resto. Non ha una gran personalità: il corpo, relativamente rotondo, è abbastanza anonimo, con una prevalenza della componenete maltata rispetto a quella amaricante, e con la medesima sensazione acidula nel finale che prorpio non fa parte dell’insieme. Fuggevole anche la corsa finale. Ma la più deludente delle due è la Herkenrode Bruin , una dubbel ambrata di 8° decisamente inconcludente. Sempre a cavallo fra una maltatura discreta e una luppolatura appena accennata, riprende ed amplifica quella “strana” nota acidula (quasi vinosa) già incontrata nella Tripel. Bello il colore, schiuma quasi assente, naso e palato anonimi, pedr un risultato finale del tutto insufficiente. Tanto sforzo nella pubblicizzazione del prodotto, bello ed elegante il packaging, per un prodotto, alla fine, piuttosto deludente.

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