La tradizione e l’innovazione in Gran Bretagna. E poi ancora la Schorschbrauerei

L’occasione è stata quella di una serata di degustazione incentrata sulle birre dell’ Anglia, antica e onusta di gloria, volutamente giocata fra i toni della tradizione e quelli della innovazione. Esponenti di spicco di ciascuno dei due campi le birre delle quali parlerò qui di seguito, la Young’s Special London Ale e la 5A.M. Saint degli scozzesi del Brewdog.

Il 23 Maggio 2006 è la data che ha segnato l’inizio di una nuova storia per la Young’s Ram Brewery, antica fabbrica di birra inglese, i cui inizi si fanno risalire addirittura al 1581 in quel di Wandsworth, allora quartiere periferico di Londra. E’ la data in cui la Young’s entra a far parte di una partnership con un altro importante produttore inglese, la Charles Wells Ltd., aperta a Bedford nel 1876. Questa partnership ha dato origine al più importante gruppo birrario privato in Gran Bretagna. La Young’s vi ha portato la propria lunga tradizione produttiva, iniziata più di quattro secoli fa, in una locanda riconoscibile dall’insegna in cui svettava un caprone (Ram, appunto, simbolo di forza e coraggio), che è diventato poi l’emblema di questa brewery. Passata varie volte di proprietà, nel 1763 arriva nelle mani della famiglia Tritton, già produttore di birra nel Kent, che fa fare al birrificio un bel salto di qualità. Distribuisce le proprie birre in tutta Londra, su carri e su chiatte, fino al 1831, quando entra definitivamente sulla scena la famiglia Young, che la acquisisce, assieme alla rete di 80 pubs che la famiglia Tritton aveva già creato. Da quel momento la Young’s conosce solo successi, di produzione e di critica, anche nel periodo complicato delle due guerre mondiali. Fino alla decisione di quattro anni fa con la quale si è inteso unire due grandi forze della tradizione birraria anglosassone.

Della quale la Young’s Special London Ale è un vero e proprio emblema: pluripremiata, anche dal CAMRA, per la sua specificità e tipicità, è uno dei migliori esempi della tradizione inglese di birre rifermentate in bottiglia. Una English Strong ale di 6,4% vol., brassata con malti Maris Otter e Crystal, luppolo Fuggle e Golding Crystal per l’amaro, con il Golding e il Target aggiunti dopo la fermentazione per comporre il bouquet aromatico. Bel collore biondo ramato, con alcune sfumature bronzee, bella schiuma fine, anche se non molto persistente. Non ricchissima al naso, nel quale prevalgono le striature luppolate, dà il meglio di sè al palato. Estremamnete godibile la sua frizzantezza del tutto naturale, rotondo il corpo, ben costruito sui due malti, che poi regala un bel ventaglio di sensazioni ricche e varie, dal leggermente speziato e piccante ad un luppolato relativamente agrumato, con una corsa lunga e regolare. Asciutto e sferzante il finale, che sostiene a lungo un’idea di sana asciuttezza e delicata astringenza, anche qui, decisamente agrumata. Assaggiata in bottiglia da 0,50; alc. 6,4% vol.; ©Alberto Laschi.

Chi, meglio degli scozzesi “alternativi” del Brewdog, per far apprezzare il “lato B” della produzione birraria anglosassone, ovvero quello della innovazione? E allora avanti tutta con una iconoclastic amber ale, ovvero la 5 A.M. Saint. Lo dico subito, una grande, grandissima birra, cornucopia dei luppoli più esplosivi e anti-tradizione che adesso si possono trovare in giro: Simcoe, Chinook, il tanto acclamato Nelson Sauvin e Centennial (insieme ai classici malti Marris Otter e Crystal). “Il santo Graal delle Red ales“, la definiscono loro, alla loro “solita” maniera, una birra iconoclastica, perfetta per la missione autoinflittasi dagli scozzesi di aprire gli occhi alla gente, liberandola ed elevandola così dalla mediocrità e dall’appiattimento totale nei quali sembra essere sprofondata. Una birra che fornisce l’alibi perfetto, definitivo, per coricarsi il più tardi possibile e/o alzarsi il prima che si può, solo per poterne  sorseggiare un’altra (da qui l’origine del nome). Provocatori, o, forse, meglio, solo dei simpatici goliardi. Ma dei gran birrai. E’ una di quelle birre che ti dispiace bere, solo perchè questo pone necessariamente fine al fatto di poterla odorare ancora più a lungo. Ha un naso stupendo, molto più spiccante della simile (per uso di luppoli) Thornbridge Kipling, non molto lontano, invece, da quello della “consorella” dei Mikkeller. Erba, fieno, polvere e “rusticità”,  agrumi, pompelmo, un fruttato esotico spettacolarmente bello, vario ed equilibrato. E dura, dura, dura …. Difficile staccarsene. In bocca è rotonda e non svanisce: 5% di vol. alc., ma il malto non molla la presa, si fa intendere e mantiene la posizione, permettendo poi al luppolo di fare il proprio lavoro. E’ consistente ed ha personalità,  la stessa  che spicca al naso, cioè un fruttato/agrumato leggermente vinoso che ne costituisce la splendida caratterizzazione. Da bere assolutamente senza moderazione. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 5% vol.;©Alberto Laschi.

Un’ultima notiziola che riguarda quelli del Brewdog: alla telenovela sulla birra più forte del mondo si deve aggiungere una nuova puntata, poichè gli scozzesi sono stati nuovamente sopravanzati dai tedeschi della brauerei Schorschbrau, che sul proprio sito danno trionfalmente (e ironicamente) la notizia dell’avvenuto sorpasso con una eisbock da 43° (due in più della Sink The Bismarck) che metteranno sul mercato in questo stesso mese di maggio. Tanto per la cronaca ….


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