Gli Italiani al Villaggio: il Birrificio Italiano

Uno dei padri nobili dei produttori artigiani di birra in Italia, per anni membro autorevole del consiglio direttivo di Unionbirrai (che ha da poco abbandonato), titolare di uno fra i più “anziani” e premiati birrifici italiani (l’ultimo premio l’ha ricevuto non più di un mese fa con la sua Vudù . Agostino Arioli, 44 anni o giù di lì, con il suo Birrificio Italiano di Lurago Marinone (dove ieri e ieri l’altro si è tenuta l’annuale edizione dell’ormai irrinunciabile appuntamento del Pils Pride sarà gradito ospite del prossimo Villaggio della Birra; da qui l’esigenza di conoscerlo meglio, e di imparare a conoscere i suoi prodotti. La storia di Agostino parte da lontano, dalle scuole superiori e poi dall’Università, la facoltà di Scienze Agrarie di Milano nello specifico, dove si laureerà nel 1994. In quegli anni Agostino impara a conoscere il mondo della produzione birraria, quella “seria”, dopo aver fatto i soliti innumerevoli esperimenti da homebrewer. Gianni Pasa e Lorenzo Pilotto, due mastri birrai di grande esperienza, saranno i suoi primi ed importanti mentori, i viaggi in giro per il mondo (Patagonia, Canada, Germania) lo aiuteranno a comporre il quadro. Dopo il tirocinio universitario trascorso alla Von Wunster di Bergamo (oggi di proprietà della Heineken), il 24 dicembre 1995, assieme ad 11 amici/soci (fra i quali il fratello Stefano), Agostino da vita al Birrificio Italiano, una vera e propria scommessa per quei tempi, e lo “impianta” nei primi mesi del 1995 a Lurago Marinone.

La prima produzione “effettiva” è del 1996, con la Tipopils e la Rossoscura, entrambe a bassa fermentazione. Sono gli anni del fermento vero e proprio, in Italia: Agostino conosce (e si fa conoscere da) Teo Musso, Kuaska, Davide Sangiorgi; insieme daranno vita alla associazione Unionbirrai, che tanto ha contribuito a diffondere e sostenere il movimento birrario artigianale italiano. Gli affari però all’inizio non vanno benissimo, e dopo due anni dall’apertura del birrificio, si rende necessaria una ricapitalizzatone, che non tutti i precedenti soci sottoscriveranno. Ma chi ha resistito ha avuto ragione: da 16 anni il Birrificio Italiano fa ormai parte non più della tradizione, ma della vera e propria storia della birra artigianale in Italia. Una “Scala Birrificio Italiano” (una “raccolta ordinata ma semi-sobria di sensazioni e stati d’animo derivanti dall’assunzionje non sempre moderata dele birre da noi prodotte“) che fa bella mostra di sè sul sito internet del Birrificio, una sporca dozzina di birre prodotte, fra le quali 2 weizen (Vudù e Bi-Weizen),  4 birre a bassa fermentazione (Tipopils, Extra hop, Amber shock, Bibock), 2 birre alla frutta (SciresCassisona), e un’altra aromatizzata alle erbe (Fleurette, con rose, sambuco, viola, pepe), più altre e continue sperimentazioni/novità (come la linea delle birre Musa, prodotte dalla sola filtrazione di cotte precedenti, senza nessun tipo di bollitura successiva, con l’aggiunta in ciascuna di ingredienti particolari). Il tutto come attuazione della sua personale filosofia produttiva: “studio, applicazione, ricerca,  il primo importante corredo da portare come birraio”, dice Agostino stesso (portatore sano di una personale e naturale puntigliosità); solo in un secondo momento devono intervenire, come completamento del quadro, “entusiasmo e creatività”.

Dopo aver parlato della Vudù, nata a Como dopo un viaggio/visita di Agostino alla birreria tedesca di Sohenstetten, nel Bade-Wurtemberg, è la Amber Shock la protagonista di queste brevi note degustative. “Il fiore all’occhiello” del Birrificio (così la definisce Kuaska), “ la birra della festa, una festa della birra, la birra in festa” (così viene descritta nella Scala B.I. precedentemente menzionata). Nella gamma del Birrificio Italiano la Amber Shock è birra che esiste solo nella versione in bottiglia, nella quale è stata fatta rifermentare e maturare per 4 settimane attraverso un particolare procedimento. In produzione dal 1996, per lei vengono usati luppoli Hallertauer Magnum e Perle, malti caramello, Pilsener e Monaco e il “classico” ceppo di lievito che il birrificio di Como ottiene dai laboratori della università birraria di Baviera (Weihenstephan). Ha un bellissimo colore ramato brillante, schiuma fine, cremosa e abbastanza persistente, con una frizzantezza accentuata. La Amber è un po’ il regno del luppolo, che si avverte prorompente nell’aroma assieme ai malti caramellati e ad un sentore agrumato abbastanza tenue, per la verità. Lo stesso luppolo condiziona prepotentemente, all’inizio, l’impatto al palato, lasciando poi il passo a sentori dolciastri più diffusi (frutta, ananas, banana), con un finale caratterizzato da frutta secca (noce, mandorla). Il corpo è snello e abbastanza beverino, e regala un finale abbastanza svelto e improntato ad un’amarezza erbacea. Ricca, variegata e strutturata; birra spettacolare. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 7% vol.; ©Alberto Laschi.

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