Turatello, Eurosaga, Interbrau, (& Co.) e la birra artigianale per la grande distribuzione. Questo potrebbe essere il sottotitolo di questo post, dedicato alla presenza sugli scaffali dei supermercati di birra non solo industriale che si sta intensificando numericamente quasi in maniera esponenziale. Sto parlando della grande distribuzione della zona in cui vivo (Prato, Toscana) ma penso che ciò che trovo io sugli scaffali dalle mie parti lo si possa tranquillamente trovare anche in altre zone d’Italia. Tanto la rete distributiva quella è. E’ un fenomeno da tener d’occhio, per valutare se questa è davvero l’evoluzione della specie o solo una furba/intelligente strategia di mercato. Il tutto, però, visto attraverso la lente d’ingrandimento (decisiva a parer mio) del consumatore finale, quello che poi deve cacciare fuori il grano e mettere la bottiglia nel carrello. La scelta, oggi, è molto ampia, enormemente più ampia rispetto a solo cinque o sei anni fa, quando gli scaffali erano un deserto popolatissimo delle solite ainechen, moretti, nastroazzurro, e poco altro. Adesso le etichette sono molte di più, e come sempre, quando mi trovo di fronte alle novità, scatta la “curiosità scientifica” e la molla all’acquisto più o meno compulsivo. Dopo una nutrita serie di assaggi mi sento di poter esprimere un giudizio relativamente completo, sia sulla birre in se e per sè sia sul prezzo ad esse applicato (e sulla corrispondenza fra le due).
Turatello quest’anno ha fatto il botto: tre birrifici italiani in più sullo scaffale quest’annno, un paio molto noti ed “evidenti”, un altro notissimo ma “mascherato”. Partiamo da quest’utlimo: IT00SIAooo40W, è il “nome che si trova
stampato sull’etichetta di tre diverse bottiglie dall’elegante formato da 0,75. Il nome (che è un codice ACCISA) non dice nè può dire nulla, l’indirizzo però sì: S. Albino – Montepulciano. Facile facile: è l’Olmaia del buon Moreno. Per Turatello, appunto, ha “varato” una linea di birre (Le Cencie) brassate con ricette diverse rispetto a quelle che siamo abituati a conoscere (La5, LA9, Bk), dal nome “stravagante” di Ganza, Ghenga, Brigida. Elegante la bottiglia, dicevo, dignitose le labels; ho assaggiato la Ganza, una bionda opalescente, non filtrata, di 5,5% vol. alc., mediamente luppolata e relativamente beverina e la Ghenga, un’ambrata relativamente amaricante e robusta di 6,5% vol. alc., che mi ha soddisfatto un po’ meno della bionda. La Brigida, una stout di 6% vol. alc. ancora è sullo scaffale, ci provo fra un po’.
Il secondo birrificio nel portafoglio di Turatello è il BOA, Birrificio Ostiense Artigianale di Fiumicino, molto famoso nella zona romana con il suo Brewpub, che, sollecitato appunto da Turatello, si è cimentato anche nella grande distribuzione. Al di là della confusione ingenerata da una non sempre chiarissima modalità di
chiamare la propria birra, sugli scaffali si trovano due prodotti romani molto curati nel packaging, con bottiglia schiacciata tipo quelle della St. Peter’s ed etichetta ben riconoscibile e ben disegnata. La prima, chiamata La Matta Rossa, è un’ambrata “doppio malto” di 6,5% vol. alc. molto ben fatta, devo dire. Rotonda, morbida, ben curata e veramente beverina: una bella ambrata, una delle migliori fra quelle reperite in loco. La sorella bionda è un po’ più scarna e scarsa: La Matta Bionda è una pils un po’ esangue, liscia liscia, dal corpo molto watery e dalla tenue luppolatura. Una birra per l’estate, nel senso che , forse, darà il meglio di sè nella stagione più calda, aiutata dalla moderata gradazione alcolica (4,9% vol. alc.)
Il terzo birrificio è il Birrificio Monte Amiata, che per Turatello imbottiglia ben quattro birre, La Monella,
L’Intrigante, La Biscara e la Testarda. Che però non sono birre “nuove”, cioè diverse da quelle che il birrificio produce abitualmente. Come correttamente riportato sulla “bibbia” della produzione artigianale italiana, il sito Microbirrifici.org , le quattro birre non sono altro che, la bionda ComunAle, l’Aldobrandesca, la Contessa e la stout Caronte. Trasparente l’informazione, un po’ meno convincente la strategia, soprattutto per il consumatore finale, che si trova a poter (o dover) pagare due diversi prezzi per la stessa birra, quello del supermercato o quello del pub/piccola distribuzione. Assaggiate Monella e Intrigante, che però mi hanno realtivamente deluso entrambe: un po’ troppo “gasate”, non molto raffinate, con un gusto e una impronta aromatica non troppo dissimili. Le “controfigure” artigianali me le ricordavo migliori.
Stendo un velo pietoso su altre birre assaggiate, la insignificante Magalotti, una doppio malto umbra della quale non si sentiva la mancanza, e le terribili Libra prodotte da Artebirra per Eurosaga, veramente al limite della bevibilità. Ho riprovato invece con piacere la Poggio al farro, l’ambrata di 5,5% vol. alc. di Petrognola, che era un po’ uscita dal raggio del mio radar, anch’essa portata sugli scaffali da Eurosaga. Forma perfetta, bei sentori di cereale ben trattato e lieviti che la fanno quasi assomigliare ad una weisse. Corpo, struttura e carbonazione ok, gusto equilibrato, finale raffinato. Sempre una signora birra dell”amico Giannarelli.
I prezzi: la linea delle 0,75 di Turatello costa tutta 4,70€ a bottiglia, sulla medesima (o quasi) lunghezza d’onda delle belghe da 0,75 presenti sullo scaffale accanto (di Interbrau e delle sue birre parlerò in un altro post), Blanche De Namur esclusa (3,70€ a bottiglia). L’Olmaia, pare mio, li vale, l’Amiata un po’ meno (sia per qualità del prodotto che per il livello del packaging, veramente molto basso). Le 0,33 della Libra costano uno sproposito (sui 3€) già di per sè, se poi non si riesce neanche a finirle … Quella un po’ fuori target, duole dirlo, è la Petrognola: 3,97€ per una 0,33 sono tanti: sulla qualità non discuto, ma un prezzo così allontana dal prodotto il consumatore non abituale, al quale la curiosità veine presto smorzata dal prezzo. Se si vuol stare sugli scaffali della grande distribuzione bisogna anche sapersi guardare un po’ intorno e fare dei paragoni …

Grande post, complimenti! Spero che questo e i successivi siano un buon punto di riferimento per chi si sta avvicinando a questo mondo (magari perché ha visto che nel supermercato sotto casa sono apparse bottiglie di birra artigianale)
Grazie dei complimenti, Andrea. Penso di aggiungere a questo un altro paio di post simili, “spostati” sulla birra “artigianale” straniera presente nella grande distribuzione, proprio nell’ottica di dare una mano al consumatore “normale”, che spesso ha bisogno di un consiglio per scansare le ciofeche.
la totale mancanza di trasparenza delle etichette è un problema difficile da risolvere, penso che dovrebbero esserci regole molto + rigide in tal senso, in italia l’unica cosa chira è solo la data di scadenza
Nelle serate o nei corsi di degustazione che faccio dalle “mie” parti promuovo sempre la campagna di MoBI per una etichettatura la più chiara e trasparente possibile, citando come esempio classico di turlupinatura l’etichettatura Affligem/Moretti Gran Cru; la cosa suscita prima ilarità, e poi sconforto. Ancora tanti passi sono da fare in Italia
Grazie Alberto della “recensione”, ho visto anch’io sugli scaffali tali birre ed ero proprio curioso di leggere qualche giudizio di esperti del settore per provarne qualcuna. Per la petrognola vero, peccato per tale prezzo per una 0.33 che scoraggia il compratore.
Al di là di tutto direi che dovremo riconoscere merito a tale catena di gdo che sta puntando molto sulle birre, con lo scaffale delle belghe (Chimay, Chouffe, Abbaye de Rocs, Blanche de namur……), con i birrifici artigianali italiani…
Non mi sembra di vedere nelle altre catene gdo identica attenzione per la birra…
ciao
stefano
prato
Ciao, Stefano; sulla parte “straniera” della scaffalatura delle birre delle quali parli dirò qualcosa di più in un altro post che sto preparando. In effetti, il deserto, oggi, è molto più popolato rispetto a qualche anno fa, anche se alcune (nuove) presenze sono un po’ “inquietanti” ….
Caro Alberto,
il tuo post ci rammenta una cosa importante che dovevamo fare più di un anno fa e che tra le 1000 cose da seguire, non abbiamo ancora fatto, ovvero scrivere a Bertinotti per aggiornare la sua “bibbia”.
Infatti produciamo per la Turatello Italia da più di due anni e cerchiamo di supportarli nel loro progetto di portare le birre artigianali ad una base più ampia di consumatori. Ovviamente quando partimmo con il progetto, imbottigliammo i nostri prodotti. Non avevamo nè le risorse nè la capacità produttiva per gestire 2 linee diverse. Poi con il passare dei mesi le ricette si sono evolute in maniera diversa. Poichè non siamo dei profittatori, le materie prime ed il packaging che usiamo per Turatello non sono gli stessi che utilizziamo per le nostre Birre. Ovviamente i fornitori sono gli stessi, ma per Turatello abbiamo più malti base, luppoli più tradizionali che di quelli per Birra Amiata. Ad esempio il dry hopping della ComunAle e della Monella sono profondamente differenti, così come il colore, più carico quello della ComunAle, dovuto ad un maggiore uso di malti caramellati. Per la Biscara non facciamo il dry hopping ed usiamo luppoli diversi rispetto alla Contessa. La Caronte è una Porter con Ginseng, mentre la Testarda è più morbida tipo stout per la presenza di fiocchi. Ci sono anche differenze nella lavorazione e nel recupero dei lieviti, che facciamo per le Rustiche e non facciamo per le Birre dell’Amiata. L’unica cosa comune sono i lieviti, anche perchè nel panorama dei fermenti disidratati non si va oltre i 3-4 tipi e quindi il profilo aromatico sarà similare, anche se nelle ricette variano i tempi e le temperature di fermentazione. Scriveremo dunque a Bertinotti, chiedendo la cortesia di rimuovere l’informazione ormai datata sulla eguaglianza delle birre nostre o della Turatello.
Ovviamente il packaging non è affar nostro. Abbiamo comunque adottato la massima trasparenza, infatti c’è chiaramente scritto che le birre sono da noi prodotte. Sulle birre di Birra Amiata (specie dove sono le nuove etichette) abbiamo anche scritto altre info utili per gli appassionati, come i luppoli aggiunti ed altre particolarità.
Nella speranza di aver portato dei chiarimenti utili, restiamo a disposizione di tutti gli appassionati ed i consumatori che desiderassero ulteriori informazioni sui nostri prodotti o volessero visitare il birrificio e toccare con mano ciò che stiamo facendo.
Grazie mille Claudio per il tuo esauriente chiarimento
“la Ganza, una bionda opalescente, non filtrata, di 5,5% vol. alc., mediamente luppolata e relativamente beverina e la Ghenga, un’ambrata relativamente amaricante e robusta di 6,5% vol. alc., che mi ha soddisfatto un po’ meno della bionda. La Brigida, una stout di 6% vol. alc.”
……..mi sembrano le descrizioni de La 5, La 9 e della BK…….
[...] anche alla birra, che è disposta strategicamente come sopra descritto. Le italiane delle quali avevo parlato in un precedente post occupano il posto in basso negli scaffali, accanto, bisogna dirlo, al Belgio più conveniente [...]
[...] primo (cronologicamente parlando) intitolato I “padroni” del supermercato fa una bella panoramica della presenza sugli scaffali degli ipermercati di prodotti [...]
[...] postativa” che avevo iniziato un po’ di tempo fa; dopo aver paralto delle “artigianali” italiani nella grande distribuzione e del Belgio artigianale (o presunto tale) presente sugli scaffali della GDO, vorrei dire qualcosa [...]
caro alberto mi interesserebbe sapere quale birre belghe erano presenti nei supermercati della tua zona
vi era anche la chouffe o la mc chouffe da 33 cl ?
da noi è introvabile
un caro saluto francesco
quando vuoi ti aspetto
ultimamente c’erano: bloemenbier, duvel 0,75, gouden carolus ambrio, chimay, blanche de namur da 0,75, saison dupont 0,33, la chouffe e mc chouffe da 0,75, Abbaye des rocs brune da 0,75.
ciao
[...] panoramica del fenomeno ci è stata offerta da Alberto Laschi su In.birrerya, dove sono state passate in rassegna queste “strane creature” da supermercato. Leggendo [...]