Una doppietta “imperiale”, ma buona solo la prima

Altre due imperial stout a confronto, dopo la precedente doppietta Riptide/Brooklyn Black Chocolate Stout. Questa volta la sfida è tutta europea, Mikkeller vs. Thornbridge, la prima con la sua Black Hole, la seconda con la sua Saint Petersburg Imperial Russian Stout Speyside Whisky reserve (appiopparle un nome meno chilometrico sembrava brutto?). Lo dico subito: molto più “buona” la prima, o almeno, si fa apprezzare con molta più facilità; l’invecchiamento in botte della seconda le dà un carattere (e una caratteristica) non proprio abbordabilissimo. Due scuole di pensiero e due tecniche produttive molto diverse fra loro, che originano prorpio per questo un comunque interessante percorso gustativo.

Mikkeller Black Hole

E’ la versione “ante experimentum“, uno dei tanti, del poliedrico birraio danese, quella, cioè, prodotta e imbottigliata nella maniera “classica” . Come già raccontato su Cronachedibirra , Mikkeller, per la serie “birre da scuola guida“, ha dichiarato che nel futuro imbottiglierà quatro diverse “versioni” della sua classica Black Hole, della quale non cambierà la ricetta, ma che farà maturare (prima di imbottigliare) in quattro diverse botti (sullo stile Woodwork Series, progetto italo/belga ideato e realizzato da Revelation Cat in collaborazione con De Proef). Lo dico senza alcun timore di essere smentito: un peso massimo (13,1% vol. alc.) che spacca, colpisce duro ma non stende, rasentando quasi la perfezione (il punteggio di 100 raggiunto su Ratebeer significherà pure qualcosa…). Con molto, giustificato, orgoglio, sul proprio sito Mikkeller la esalta come un nuovo “capitolo all’interno della storia danese della birra“: e ha ragione. E’ una birra che davvero entra nella storia, quella già secolare, delle Imperial stout. Acqua, malto, orzo tostato, avena in fiocchi, cassonade scuro, miele, luppolo, caffè, vaniglia e lievito: l’insieme di tutto ciò genera davvero un buco nero, che attrae e risucchia attenzione, sensazioni e sfumature. Le risucchia assolutizzandole, perchè è quasi la perfezione: una birra che ti aggredisce con un impatto estremamente dolciastro per poi stenderti definitivamente con una pulizia gustativa e un finale esageratamente raffinato. Nera come il carbone, poca schiuma, corpo solido, consistente, frizzantezza molto scarna. La schiuma arriva e scompare, il naso è ricco di malto, vaniglia e note tostate: ma quello che stupisce è la consistenza e la complessità dell’impatto gustativo. All’inizio il dolce quasi “solido” della cassonade e del malto sembra prepararti ad una bevuta stucchevolissima: poi, con una virata d’ingegno prodotta da una tecnica produttiva ammirabile, la birra assume gradualmente un perfetto equilibrio gustativo, con un mix di morbidezza, torrefazione e amarezza lieve di luppolo che ripuliscono e tonificano lingua e palato. Impressionante la pulizia e la delicatezza della sensazione finale che la birra lascia in dote: difficile poterla sintetizzare in un termine che sia meno di un superlativo assoluto. Assaggiata inbottiglia da 0,375; alc. 13,1% vol.; ©Alberto Laschi.


Saint Petersburg Imperial Russian Stout Speyside Whisky reserve, Thornbridge

Mister John Morewood, che aveva acquistato la Thornbridge Hall nel lontano 1790, fece la propria fortuna vendendo, allora,  biancheria a San Pietroburgo, nel cuore della Santa Madre Russia. In ossequio a questa “tradizione” gli attuali proprietari della prestigiosa magione hanno voluto inserire nel chilometrico appellativo di questa birra anche il nome della splendida città russa. E’ una Imperial Stout di “seconda generazione”, se così si può dire, nel senso che è stata fatta maturare per 300 giorni la originaria Saint Petersburg Imperial Stout di 7,7% vol. alc. in botti, in questo caso, dove aveva sostato per tutto il tempo necessario il wkisky Macallan. La linea produttiva di questa birra comprende però anche gli esemplari maturati in botti Islay e Highland, tutte e tre di 8,8% vol. alc. L’esemplare da me acquisito non mi ha soddisfatto appieno (su ratebeer, comunque, raccatta un ragguardevolissimo 97 su 100): troppo alcolica, non nel senso della gradazione raggiunta ma dell’alcool percepito, con una forte impronta “spiritata”, in un contesto però abbastanza esile e scarno, che non lascia una grande impronta di sè. Al naso e al palato troppe note metalliche, un accennno di ammoniaca, con il cioccolato del malto torrefatto molto in secondo piano, del tutto prevaricato. Una sensazione di leggera acquosità e la percezione di una volatilità gustativa che non ti aspetti in una birra così “lavorata”. Poi, magari, sono io che mi sbaglio e che non c’ho ancora la testa/palato per questi tipi di prodotti …. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 8,8% vol.; ©Alberto Laschi.

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