Il momento giusto per due Saison dal Belgio

Sembra, finalmente, arrivato il tempo giusto per parlare di due birre che avevo tenuto “ferme lì” proprio in attesa del momento adatto. Mi riferisco a  due saison dal Belgio, una “classica”, l’altra un po’ più ricercata e a cavallo fra due stili (blanche e saison, appunto), di due diversi birrifci (De Leyerth e De Ranke) frequenti ospiti sulle pagine di questo blog.

La prima è la Hop Flower Power del birrificio dell’amico Nino Bacelle, della quale avevamo cominciato a parlare fin dal novembre scorso. Brassata, allora, in quantità assai limitata (4200 bottiglie da 0,75, “sparite” molto alla svelta e “ricomparse” in parte all’ultima edizione dello Zythos) è una birra-regalo fatta nel nuovo birrificio di proprietà (De Ranke prima produceva da Deca) per il 15° compleanno della Heerlijk Obiectief Proeven (da qui l’acronimo che da il nome alla birra), in coincidenza del 15° compleanno dell’attività brassicola di Nino Bacelle, per l’appunto. E’ una esplosione di luppolo, una biondona di che riempie naso e palato con tutte (o quasi) le variabili dei luppoli del Vecchio Continente: Brewer’s Gold e Challenger per l’amaro, Saaz e Mittelfruh per l’aroma, con una robusta “iniezione” sempre di Mittelfruh pe ril dry hopping finale. E che dry hopping, particolare nella forma e spettacolare nella sostanza: 80 kg. di fiori freschi di luppolo raccolti appena 2-3 giorni prima del loro successivo uso e “messi a bagno” nel bollitore ancora freschi, senza nessu processo di essicamento successivo alla raccolta. Tale quantità di luppolo, racconta Nino, “ha riempito l’aria di Dottignies del suo aroma per almeno due giorni“. Non si fa fatica a crederlo: è birra “verde”, direi, talmente fresca ed erbacea da far pensare di essere ancora nel campo di raccolta del luppolo, una birra rinfrescante, che asciuga e prosciuga, perfetta, credo, per la stagione più calda. E’ pungente e piccante, relativamente torbida per la non filtrazione, spiccatamente effervescente, con un corpo relativamente agile impregnato a più non posso dei sentori luppolati amaricanti ed erbacei. Qualcuno ne ha parlato non come di una saison ma come di una Belgian IPA, vista l’alta concentrazione di amaro (non sono riuscito a rintracciarne l ‘IBU, ma è sicuramente “tanata roba”); parere personale, questa birra è molto più vicina alla tradizione classica delle saison luppolate del Belgio che alle “fantasiose” ipa americane, che comunque in parte richiama alla memoria. Non so se verrà rimessa nuovamente sul mercato dopo la cotta iniziale; fortunato chi è riuscito ad accaparrarsene una o più bottiglie (da consumare comunque con parsimonia). Ci si può comunque in parte “consolare” con la Saison De Dottignies, in parte derivata dalla Hop Flower Power, meno spinta ma comunque altrettanto godibile. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 6% vol.; ©Alberto Laschi.

Anche per la seconda saison si parte da lontano: era del dicembre passato la notizia della creazione e commercializzazione della nuova birra del birrificio olandese De Leyerth, la Urthel Saisonniere, alla quale, dopo una lunga rincorsa, siamo riusciti ad arrivare. Anche questa una bionda di , meno torbida ed opalescente della Hop Flower Power, e, bisogna dirlo, anche un po’ più scarsa di personalità. Che comunque è (relativamente) complessa: non proprio una saison, e solo parzialmente una blanche, brassata con il 20% di malto di frumento. Hildegard Von Ostaden ha dato vita, con questa birra, ad uno dei suoi “soliti” prodotti: apparentemente semplici e lineari, di fatto, curati e ed eleganti, mai banali (anche se non dotati di una personalità eccezionale). La Saisonniere si fa bere  con piacere, rotonda e ed equilibrata, con un luppolo erbaceo elgante e sostenuto che accapa con decisione sia nell’aroma che nel gusto (è una birra comunque da 40 IBU). Un luppolato che si stempera gradualmente, soprattutto al palato, a causa della ben avvertibile presenza del frumento maltato che le conferisce morbidezza e rotondità ulteriore. Si mantiene fresca e dissetante fino alla fine, regalando una bella iniezione di fresca beverinità. Una birra, si potrebbe dire, che mantiene i piedi su due staffe, senza decidere nettamente quale delle due privilegiare: un po’ il suo limite, o, nel caso del “bicchiere mezzo pieno”, la sua effettiva peculiarità. Eleganti ed indovinati come sempre etichetta e packaging di questa birra, la cui uscita sul mercato è stata accompagnata dalla contemporanea commercializzazione del bicchiere “annesso”. Ci credono molto, Hildegaard e suo marito Bas, nel brand e nella cura dello stesso, raggiungendo risultati (in questo campo) sempre più che apprezzabili. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 6% vol.; ©Alberto Laschi.

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