Tutta colpa della Tokyo

Quando i monellacci del Brewdog misero sul mercato 2000 bottiglie di  Tokyo, la loro intergalactic fantastic oak aged stout, nella versione da 18,2% vol. alc. (era il giugno di due anni fa, per l’appunto), scatenarono la “solita” (per loro) gazzarra, con quei “parrucconi” del “sistema/birra” anglosassone (Portman Group e parlamento scozzese, in primis). Era, allora, la birra con la più alta gradazione alcolica in commercio nel Regno Unito, e gli scozzesi furono duramente accusati, con toni e motivazioni tipici di un vero e proprio attacco di “isteria di massa” (così lo definirono loro), di essere degli irresponsabili fomentatori di un uso (in questo caso abuso) sconsiderato di alcool. Consci del  ruolo autoassegnatosi (quello di spingere sempre un po’ più in là i confini e la percezione del “pianeta birra”), quelli del Brewdog non stettero tanto a pensarci su, e per dimostrare a tutti la propria bravura produttiva e confermare la filosofia estremizzante nel produrla, misero poco dopo sul mercato una nuova birra, la Nanny State, il cui nome è già tutto un programma. Come a dire, la birra adatta a questo regime di governanti (nel senso della Mammy di Via col Vento) che pensano ancora di dover tenere per mano gli inglesi … Una Imperial mild (quasi un ossimoro, tanto che Ratebeer la infila nella categoria di birre low alchool) di 1,1% vol. alc.: dalla  birra più alcolica (la Tokyo, appunto) del Regno Unito ad una birra che per il suo contenuto alcolico così basso non è neanche definibile tale, per l’attuale legislazione inglese in materia, e che quindi non è nemmeno assoggettata alle accise del caso. L’ennesimo sberleffo ai “parrucconi”. 1,1% vol. alc. ma l’enormità di un IBU teorico di 225, ottenuto usando 60 chili di luppolo in una cotta da 20 hl. Si aspettavano, per loro stessa ammissione, i complimenti degli stessi “parrucconi”, visto che a quelli del Brewdog sembrava di aver dimostrato, in questo modo, di aver recepito le critiche e di avervi posto il doveroso rimedio. Ovvio che, dei complimenti, nemmeno l’ombra. Ma la curisità, nei confronti di questo ennesimo “monstrum” produttivo è stata tanta.

Interessantissima, e in parte illuminante, la teoria che l’altrettanto estroso Alex Liberati ha condiviso con altri in un lungo topic sul forum di MoBI, dall’ “inquietante” titolo “Vendere ghiaccio agli eschimesi !!“. Non ho nessun titolo, nè barlumi di conoscenza tecnica o sprazzi di esperienza produttiva, per affermare o negare il fatto che la Nanny State non sarebbe altro che “il ghiaccio sciolto + luppolo derivante dalla Tactical Nuclear Penguin. Ovvero: non è che i due furbacchiotti di BrewDog hanno ben pensato di riutilizzare il ghiaccio avanzato dal processo di ice, lo hanno riluppolato, rifermentato e lo hanno imbottigliato?” (cito alla lettera). Ma quello che dice Alex (insieme ad altri) mi ha molto convinto: rientrerebbe perfettamente nel Brewdog-style.

Poi gli scozzesi devono aver dato retta a Schigi, il quale, in uno dei suoi folgoranti aforismi, aveva espresso la sacrosanta (per lui) convinzione che non si dovrebbe mai bere una birra con IBU superiore al proprio Quoziente di Intelligenza, onde evitare conseguenze spiacevoli. Tenendo conto che Einstein avrebbe avuto un (teorico) QI di 160, era chiaro che l’IBU della Nanny State dovesse essere ritoccato, sempre nell’ottica della visione schigiana del concetto. A parte le battute, la versione 2010 della Nanny State, quella che ho assaggiato io, ha una nuova gradazione “alcolica” (?) di 0,5% vol. alc. e un nuovo IBU di 45; l’altra, cioè la prima versione, era davvero follemente amara, per loro esplicita ammissione, troppo amara, doveva essere un po’ “aggiustata”. Cosa si prova a bere una birra quasi analcolica, o meglio, come può essere la variante ancora meno alcolica di un’altra Imperial Mild “fuori di testa“? E’ una birra dal colore ambrato tenebroso, e  dalla bella schiuma, molto persistente, che si attacca alle pareti del bicchiere. E’ prodotta con otto diversi tipi di malto (ma la miseria di 87 chilogrammi per 20 hl., contro i 450 usati per la Punk IPA) e con i luppoli amarillo, columbus, cascade e simcoe per l’amaro e centennial e ancora amarillo per il dry hopping. Lo dico subito: non mi ha dato la sgradevole sensazione di bermi un infuso freddo amaricante, uno sciacquone amaro cioè; ma oltre al luppolo c’è veramente poco altro. Il malto, in pratica, o meglio, i malti sono serviti solo per dare il colore, perchè il corpo di questa birra è quasi pari a 0 (e non potrebbe essere altrimenti). L’Amarillo si avverte moltissimo, più degli altri luppoli impiegati, in un naso comunque fresco e ricco di note resinose e relativamente citriche. In bocca, una volta sparita in un nanosecondo la consistenza della birra, un luppolo stratificato prende possesso della piazza, ritornandovi ad ondate successive: prima si presenta sulla parte superiore della lingua, poi scompare, poi riappare sui lati della stessa, e sul fondo del palato. Dove ci rimane tanto a lungo (forse anche troppo) in un corsa finale tenacemente amaricante, ostinatamente amaricante. Un esperimento produttivo fine a se stesso? Forse; mi era comunque piaciuta di più la How to disappear. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 0,5% vol; ©Alberto Laschi.

A proposito di esperimenti, date un’occhiata al loro blog per vedere cosa hanno combinato con la loro Hardcore IPA (lamponi scozzesi e botti di whisky Caol Ila). Sarà la loro prossima scommessa?

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