Altre due birre del prossimo Villaggio (forse)

Continua il trend relativo alla presentazione delle birre che probabilmente saranno ospiti del Villaggio di Settembre, in attesa della definizione della lista completa delle birre (e dei birrifici) che faranno bella mostra di sè alla kermesse settembrina (ci sono un paio di possibili novità made in  Belgio …). Birre italiane, in questo caso, simili per categoria ma molto dissimili dal punto degustativo. Entrambe meritevoli della più completa attenzione: le due pils più “famose” del Birrificio Italiano e di Pausa Cafè.

P.I.L.S., Pausa Cafè

Dopo aver parlato della Taquamari, della Tosta e della Dui e Mes, adesso è la volta della P.I.L.S. . Pils anomala, conviene definirla subito così; tanto anomala che al premio Birra dell’anno 2010 organizzato da Unionbirrai ha ricevuto il secondo premio nella categoria birre passate in legno, e non in quella birre a bassa fermentazione entro i 14° Plato, come invece si potrebbe naturalmente pensare. E anche il nome, con il “vezzo” del punto di interpunzione dopo ogni lettera, contribuisce a rafforzare ulteriormente l’idea circa la sua presunta anomalia. Per bocca dello stesso Andrea Bertola, mastro birraio di Pausa Cafè, il punto dopo ogni lettera è parso a lui necessario per non “fare torto ai degni produttori di pils”, come a dire che lui non si ritiene ancora degno di far parte di questo augusto novero di produttori (anche se potrebbe benissimo essere anche l’acronimo di Pils Invecchiata (in) Legno (di) Slavonia). Un po’ contorto, il tutto, anche perchè, per dichiarazione esplicita dello stesso produttore, questa pils è brassata comunque ricorrendo all’antica tradizione produttiva boema, con l’utilizzo di malto pils, fiori di solo luppolo Saaz, secondo i dettami della tradizionale tecnica della tripla decozione: per tre volte, cioè, una parte del mosto è portato ad ebollizione fino a che il processo  di ammostamento non è concluso. La giustificazione del premio ricevuto, e la peculiarità ulteriore di questo prodotto, derivano dalla sua maturazione, fatta a freddo, per oltre 10 settimane, in botti nuove di rovere di Slavonia, che la rendono effettivamente particolare. Il colore, innanzitutto, che non è il classico giallo paglierino, ma un biondo dorato molto accentuato, al confine con l’oro antico. La schiuma è classicamente fine, non abbondantissima, ma cremosa e persistente, mentre il naso è un ricco contrasto fra le note maltate e di vaniglia, che le derivano dalla maturazione in botte, e il fresco e deciso luppolato floreale derivato dall’uso dei fiori di Saaz. In bocca è leggera ma non sfuggente: il corpo è rotondo, giustamente consistente e ottimamente rapportato ai 4,7° di percentuale alcolica, con il malto che conferisce una decisa rotondità, già ottimamente introdotta dal buon equilibrio fra la parte acquosa e quella strutturale della birra. Il luppolo, al palato, regala più che note floreali secche  eastringenti, una particolare sensazione, leggermente affumicata, simile a quella provata all’assaggio della Maagd Von Gottem del Dottor Canarus, quella con il cono di luppolo (kent goldings, in quel caso) infilato direttamente dentro la bottiglia. Finisce con un amaro diffuso, prorompente ma educato, che soddisfa il palato senza saturarlo. Fresca, elegante, particolare. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 4,7% vol.; ©Alberto Laschi

Tipopils, Birrificio Italiano

3 aprile 1996: è da quella data che la Tipopils viene ininterrottamente prodotta a Lurago Marinone, nella sala di cottura del Birrificio Italiano. Si tratta di una bionda prodotta per infusione, dal gusto piuttosto secco e fortemente luppolata. Dopo una fermentazione primaria piuttosto lunga, la birra matura per altre 2 settimane circa in tank. Gli ingredienti sono tipicamente europei: quattro diverse varietà di luppoli (Hallertauer Magnum, Hallertauer Perle, Hallertauer Hersbrücker e Hallertauer Saaz)  con l’aggiunta a freddo, prima della definitiva maturazione, di altro luppolo Saaz, che regala il classico, fine, aroma erbaceo. I malti  sono Pilsener e un poco di Caramello (per il colore); il lievito è del tipo Saccharomyces carlsbergensis, il “solito”, proveniente dai laboratori della università birraria di Baviera (Weihenstephan). E’, in tutto questo, una pils di stampo classico, meno “complicata” di quella di Pausa Cafè, più lineare nella storia produttiva e nella stessa tecnica produttiva, magari un po’ meno articolata, ma sicuramente altrettanto gradevole al naso e al palato (intanto, zitta zitta, si becca comunque un bel 97 su 100 su ratebeer). Pluripremiata (l’ultimo premio ricevuto è stata la medaglia di bronzo nell’edizione dicembre 2009 dell’European Beer Stars di Monaco di Baviera nella categoria kellerbier), questa pilsener in perfetto stile tedesco ha un bel colore giallo paglierino, con alcune decise e gradevoli sfumature ramate, e una schiuma compatta e persistente. Mediamente frizzante, ha un naso ricco (logicamente, vista la quantità di luppoli profusa) della secchezza erbacea e floreale e del luppolo, che asciuga e prosciuga l’olfatto. In bocca è rotonda, inizialmente rotonda, poi si evolve in una generale asciuttezza, con il malto che lascia il posto ad un luppolo fresco e pungente, con una leggera punta citrica nel finale. Decisamente fresca e dissetante, scorre veloce e appagante, rendendo la bevuta sicuramente difficile da scordare. Dopo la Vudù e la Amber shock, un altro must della produzione di Agostino Arioli. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 5,2% vol.; ©Alberto Laschi

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