Due birre della tradizione (inglese & tedesca)

Burton on Trent, sede nell’antichità del famoso monastero di Saint Modwen, è un  luogo “magico” ed altamente significativo per la tradizione brassicola inglese; fin dal 1200 vi si produceva birra, e ai tempi dell’Impero inglese era il punto di partenza della maggior parte delle navi che portavano nelle lontane Indie le birre appositamente prodotte per l’esercito di occupazione inglese di stanza da quelle parti. L’acqua del sottosuolo è da sempre una delle più adatte per produrre birra; l’altro segreto sta nel sistema di produzione locale chiamato Burton Union System, brevettato nel 1830, che ha (fra le altre) la peculiarità della fermentazione della birra in botti comunicanti fra di loro. In pratica, la birra passa da un barile all’altro, durante la fermentazione, fino a depositarsi in vasche di fermentazione più ampie, nelle quali riposa dopo questi vorticosi spostamenti. L’areazione costante alla quale è sottoposta la birra in durante i continui spostamenti, apporta la giusta quantità di ossigeno al lievito, che “lavora” così nella misura più congeniale.  Ancora oggi la Marston’s è una delle ultime brewery di Burton ad usare, per alcune delle proprie birre, tale complesso ma efficace sistema di produzione. Ormai è diventato un “colosso” della produzione inglese, ma le origini della Marston’s vengono da lontano, nel 1834 con John Marston che proprio a Burton mette su la propria piccola fabbrichetta di birra. Nel 1890 inizia a collaborare  con  The Wolverhampton & Dudley Brewers (W&DB) e per oltre un  secolo la società così creata produce e distribuisce regolarmente birra, fino a quando non inizia un vorticoso giro di intrecci societari e acquisizioni industriali, nelle quali la parte del leone l’ha fatta (e la fa) ABInbev. Il risultato finale è che oggi la Marston’s Brewery fa parte della società capofila Marston’S PLC, che possiede e gestisce , oltre alla brewery di Burton, altre quattro fabbriche di birra e più di 2.000 pubs su tutto il territorio inglese.

Uno dei prodotti del birrificio inglese apparentemente più legato alla tradizione è la Old Empire, una IPA di tradizione anglosassone. Di un bel colore dorato/aranciato, 5,7° abbastanza ben portati, questa birra è stata lanciata sul mercato nel 2003; per metterla insieme il birraio ha usato malto Optic, luppoli Fuggle e Goldings con una spolveratina finale di cascade, così, tanto per apparire un po’ più modaiola, per un IBU finale di 40. Impressione flash: ci vuole più luppolo! Se si entra sul mercato delle IPA, e soprattutto delle IPA di “nuova generazione”, bisognerebbe avere il coraggio di osare di più, pena il rischio di far brutte figure. Per carità: corretta è corretta, bell’aspetto e bella presenza (a parte l’orribile bottiglia in vetro bianco trasparente), ma un po’ sciapita, per non dire leggermente scialba. Il luppolo c’è, ma si nasconde troppo, non spicca nè caratterizza; il corpo è rotondo e relativamente beverino, più spostato sul versante cereale che su quello luppolato, la frizzantezza è esile. Non voglio far paragoni con la masnada delle IPA americane che hanno dettato un nuovo range di riferimento per le IPA stesse, ma se agli inglesi piacevano (e piacciono) le birre così, allora vuol proprio dire che si accontentavano (e si accontentano) un po’ di poco. Sempre che la ricetta della Old Empire sia veramente fedele alla tradizione produttiva inglese del XIX secolo, come afferma la ditta …. Assaggiata in bottiglia da 0,50; alc. 5,7% vol.; ©Alberto Laschi (acquistata da Eataly a Bologna).

Kellerbier o zwickelbier è uno stile di birra tedesco dalla storia e tradizione molto antiche: a questo stile appartengono birre biondo/ambrate a bassa fermentazione, non filtrate, tipiche della Baviera. Il termine “Kellerbier” significa letteralmente birra della cantina; in origine il termine zwickelbier indicava la quantità di birra prelevata dal barile tramite un tubo speciale, il cosiddetto zwickelhahn, che, letteralmente, significa chiavistello. Dopo un tempo di maturazione relativamente breve, la birra è commercializzata senza filtrazione, cosa che le conferisce il tipico       aspetto relativamente torbido. La birra resta così molto ricca di vitamine (soprattutto B12), proteine e lievito; a causa del suo debole tasso di diossido di carbonio le kellerbier si conservano meno a lungo delle altre birre. Questa, a grandi linee, è la carta d’identità della famiglia birraria alla quale appartiene a pieno diritto la Ayinger Liebhard’s Kellerbier, altro bel prodotto di questo birrificio poco lontano da Monaco di Baviera. La birra porta il nome del fondatore della birreria, Johan Liebhard (1845-1919), tanto per ribadire il concetto di fedeltà alla tradizione. E’ una birra che si fa bere più che volentieri, bionda, dalla bella schiuma e dalla classica velatura nel colore. E’ della versione bionda delle kellerbier, dalla frizzantezza accentuata ma non eccessiva, che contribuisce a renderla fresca e dissetante. Più cereale che luppolo, un leggero sentore fruttato, un naso fresco e leggero e una punta piccante nel finale della degustazione la rendono quasi perfetta per questo clima già caldo. Molto più soddisfacente della Old Empire, acquistate insieme a Bologna. Assaggiata in bottiglia da 0,50; alc. 4,9% vol.; ©Alberto Laschi

3 Responses to “Due birre della tradizione (inglese & tedesca)”

  1. Le birre del drago | inbirrerya

    […] produzione di kellerbier, delle quali avevo già parlato in un precedente post dedicato ad una birra della Ayinger, ed ha come immagine identificativa quella di San Giorgio che uccide il drago. Santo dalla […]

  2. Una Chimera di … birra | inbirrerya

    […] (almeno fra quelle che sono riuscito a reperire), molto più di carattere e caratterizzata rispetto all’ultima assaggiata. Non è un caso che  faccia bella mostra di sè sull’etichetta l’ambito logo del CAMRA […]

Lascia un commento