La Trappe Quadrupel Oak Aged e un “ragazzo rude”

C’erano dei dubbi, non molto tempo fa, ma adesso questi dubbi sono stati fugati. I dubbi erano legati al fatto che non c’era ancora la certezza che questa birra si potesse trovare anche al di fuori del “luogo d’origine”. Che, nel nostro caso, è il birrificio annesso all’abbazia de Notre Dame de Koeningshoeven, a Tilburg, l’unico olandese fra i sette detentori del logo Authentic Trappist product. La Trappe Quadrupel oak aged la si potrà, attrezzandosi per tempo, acquistare e degustare anche lontano dal Beercafè esterno all’abbazia, dove per la prima ed unica volta fino ad oggi, un lotto di questa birra era stato messo in degustazione in prossimità delle scorse feste natalizie. Il sito dell’abbazia olandese riporta infatti la notizia che la birra, dopo un anno di maturazione in botti di rovere utilizzate per porto, vino bianco e whisky, verrà imbottigliata nel formato 0,375 e messa in vendita a cominciare dal beershop annesso all’abbazia stessa. Progetto che per un anno ha impegnato il birraio laico del birrificio, Lodewijk Swinkels, e che sembra aver “partorito” una versione ancora più ricca e speziata della già complessa e variegata Quadrupel. Il tocco di classe finale sarà dato dalla possibilità di verificare, direttamente sul sito dell’abbazia, in quale tipologia di botte la birra acquistata in bottiglia ha maturato: lo si potrà fare digitando in un apposito form il numero di lotto stampato sulla etichetta posta sul retro della bottiglia stessa.

Pochi giorni fa, con la Old Empire, mi si era presentata l’occasione di assaggiare una IPA della tradizione anglosassone; non particolarmente entusiasmante, soprattutto perchè un po’ troppo scarsa (o anonima) sul versante che più l’avrebbe dovuta caratterizzare, quello del luppolo. Con la Rude Boy di Toccalmatto, invece, questo problema (o difetto) non si è certo presentato. Il “ragazzo rude (o grezzo)” non te la manda certo a dire, te lo dice direttamente: rustica, moderatamente grezza, estremamente amaricante, apparentemente scostante. Il nome è proprio azzeccato, in questo caso: storicamente derivato dallo slang giamaicano degli anni ’70, il termine rude boy serviva ad definire quei giovani (apparentemente rozzi, rudi, duri, grezzi) che volevano essere in tutti i modi “qualcuno” quando la società di quel tempo diceva loro invece di essere “nessuno“. E la ruvida cartterizzazione di questa birra la rende proprio “qualcuna“, difficilmente confondibile con altre. Prima di tutto nel colore: difficile trovare un’IPA quasi marrone (o comunque di un ambrato molto molto carico) come questa. Poi nella sua rustica amarezza luppolacea, fatta di terra e polvere, di legno e radici, in tutto derivati dall’uso molto british di luppoli Challenger e Fuggle. Poca la schiuma, a bolle relativamente grosse, ma abbastanza persistente, ricco l’aroma, con le note rustiche e terragne dei luppoli inglesi che monopolizzano il tutto. A trovarle un (piccolo) difetto, il corpo un po’ troppo watery, che solo in un secondo momento viene richiamato all’ordine dalla massiccia botta di luppolo. La relativamente modesta gradazione alcolica aiuta la beva, così come una frizzantezza relativa ma equilibrata. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 5,6% vol.; ©Alberto Laschi.

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