Avevo già assaggiato, molto tempo fa, alcune loro birre (Triple, Blond, Extra e Bruin, tutte frutto della vecchia filosofia produttiva, che non mi avevano però particolarmente colpito), ma li abbiamo conosciuti, soprattutto, nel ruolo di organizzatori del Pre-Zythos di quest’anno, nella fascinosa location di Oostkamp. L’aver assaggiato un paio di birre
appartenenti al nuovo trend produttivo mi porta a rivedere il giudizio su questa microbrouwerij belga, e mi dà l’occasione di parlarne in modo un po’ più compiuto. La Picobrouwerij Alvinne di Heule-Ingelmunster (nella stessa strada dell’altra, ben più grande, fabbrica di birra Van Honsebrouck) è una piccola (ma non piccolissima) fabbrica di birra artigianale, il cui nome (Alvinne) deriva da una leggenda popolare su di un elfo dalle sembianze femminili, raffigurato anche nel logo della fabbrica. Il prefisso “Pico” invece fa riferimento niente meno che al Sistema di Misurazione Internazionale (SI), all’interno del quale viene utilizzato quando si misurano oggetti piccolissimi (nell’ordine di un milionesimo di milionesimo). Il progetto/Alvinne ha preso corpo nel 2002, per merito di Davy Spiessens e Glenn Castelein, appassionati homebrewers, che hanno cominciato a produrre le proprie birre presso la fabbrica della De Graal dell’amico Wim Sayens. Nel 2006, visto il successo riscosso dai propri prodotti, i due amici decidono di investirvi ancora di pi, tanto che la Picobrouwerij diventa, nei fatti, Microbrouwerij, la cui produzione viene definitivamente trasferita negli impianti finalmente di proprietà di Heule (dopo una breve parentesi a Ingelmuns
ter). Pur essendo relativamente piccola, la Alvinne produce comunque una grande varietà di birre : quattro della linea Morpheus, sei birre speciali monoluppolate, alcune birre in collaborazione con altri birrai, una lunga serie di birre imbarriccate, più una decina di birre “classiche”. Inoltre, Alvinne affitta il loro impianto anche ad altri piccolissimi produttori, e realizza birre “personalizzate” su ordinazione. Annualmente viene organizzato anche un corso per homebrewers. Tutte le birre della Alvinne sono rifermentate in bottiglie, non filtrate e non pastorizzate, brassate, nella maggior parte dei casi, con luppoli inglesi e cecoslovacchi, e con un grande uso, tipicamente belga, di spezie. La brouwerij ha anche apetto un proprio beershop (che fa anche vendita di birre on-line), nel quale fanno bella mostra di sè oltre ai prodotti “di casa”, le birre dei molti birrifici “amici”: Brewdog, De Molen, Struise, Cantillon, Fantome, Mikkeller, con i quali i due soci belgi hanno più volte prodotto birre “collaborative”.
Morpheus Extra R.A. (restyled again)
Alcune delle nuove etichette della Alvinne le avevo già citate e portate ad esempio in un post nel quale parlavo del progetto del MoBI sulla chiarezza e linearità informativa delle etichette. In quel caso nominavo l’etichetta della Columbus, ma il concetto riesce altrettanto chiaro se si osserva l’etichetta della Morpheus Extra, una delle quattro birre del “progetto Morpheus“ della Alvinne, ovvero tutte birre (diverse fra loro per tipologia) brassate con l’utilizzo
del lievito Morpheus. Chiara, lineare, di immediata lettura e comprensione: le icone disegnate comunicano con una evidente nettezza la gradazione alcolica (7,1°), la gradazione di colore (8 ebc), l’IBU (68), la temperatura di servizio (8-10°), oltre ad elencare materie prime usate (lievito Morpheus, appunto, e luppoli Chinook e Cascade) e quanto verrà rimborsato a chi riconsegna in negozio la bottiglia vuota (10 centesimi!). Niente da dire, e molto da imparare. Oltre a ciò, la Extra “ri-stilizzata” è pure una buona birra, il che ovviamente, non solo non guasta, ma, oserei dire, è il più. Buona, non eccezionale, una birra che si fa bere più che volentieri. Di un biondo pallido leggermente velato, dalla schiuma fine e moderatamente persistente, che forma delle “penisole” sulla superficie della birra, ha aroma e gusto delicatamente luppolati, nella sua variante agrumato/citrica. E’ una luppolatura comunque delicata, che marca la presenza ma non imprime comunque una fortissima caratterizzazione. La frizzantezza non eccessiva e abbastanza “quieta” la rende ancor più apprezzabile durante la beva, che si rivela facile e non impegnativa. Una birra da buttar giù a belle sorsate, che dà come esito finale una pulizia e freschezza del palato degne di menzione. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 7,1% vol.; ©Alberto Laschi.
