Il “gelato d’abbazia”, e poi a tutta Olanda

Tanto per … continuare nelle sperimentazioni gelatesche, che mi sembra abbiano suscitato molto interesse , la consorte si è avventurata sulla variante “gelato d’abbazia”. La birra prescelta, in questo caso, è stata la spettacolare St. Bernardus ABT 12, un must birrario già di per sè. La ricetta “originale” del gelato è stata in parte variata: solita dose di latte intero fresco e panna (150 cl. ciascuno), i soliti 200 gr. di zucchero, ma questa volta niente uova, e circa 20 cl. di St. Bernardus. Gli ingredienti, birra compresa, sono stati inseriti contemporaneamente nella gelatiera. Il risultato è stato molto, molto intrigante. Un gelato color schiuma di cappuccino, più “granuloso” rispetto a quello fatto con la Triple Klok, ma più “gelatoso“: meno morbido, un po’ più rustico, ma molto, molto “ruspante” e, nello stesso tempo, elegante. Notevole l’impronta che la St. Bernardus conferisce al prodotto finale, moderatamente “alcolico” ma anche nettamente caramellato. Vi consiglio di provarci … La prossima scommessa sarà sul gelato alla Imperial Stout. Una “curiosità” finale: la St. Bernardus usata per il gelato era quella avanzata da un altro precedente uso “culinario”: era servita infatti per fare il (deliziosissimo) fondo di cottura di un trancio di arista di maiale … anche in questo caso, “la morte sua“.

A tutta Olanda, dicevo, partendo dal birrificio trappista La Trappe. Il sempre ben aggiornato sito Trappistbier Beleven fornisce la “prova fotografica” della notizia che avevo dato non moltio giorni fa, ossia delle bottiglie da 0,375 (prezzo 9,95 € ciascuna) della La Trappe Quadrupel Oak Aged. La commercializzazione della suddetta birra ha anche oltrepassato l’Oceano, visto che l’altrettanto aggiornatissimo sito Beernews proprio oggi fornisce la notizia, corredata dall’immagine, che l’etichetta della birra trappista ha ricevuto l’approvazione dalle autorità americane competenti.

Il sito belga Trappistbier Beleven fornisce poi un’altra chicca, sempre riferita al birrificio olandese, è cioè che dal prossimmo 21 luglio verrà immessa sul mercato la prima birra biologica trappista, la La Trappe Puur, per la quale è già stato creato il relativo bicchiere serigrafato, che qui di sotto riportimao (questa foto e quella delle bottiglie della Quadrupel sono © DVT Photography 2010)

Per continuare (e finire) con l’Olanda, tre birre della Scheldebrouwerij, tutte e tre nel catalogo di Birrerya, dalla più “semplice” a quella “più complessa”.

Scheldepils, brassata  presso la brouwerij Huyghe di Melle (quella della Delirium Tremens, della Mongozo, delle Florisgaarden, delle St. Idesbald, e quella che ha prodotto/produce anche una parte delle birre della Halve Maan di Bruges), forse perchè agli olandesi mancavano i giusti “macchinari” per fare una bassa fermentazione. Una birra totalmente estiva, leggera e beverina con i suoi tranquilli alcolici; dal colore biondo abbastanza tenue, ha schiuma fine e non molto persistente, un leggero carattere amaricante ed una rotondità degustativa che si fa notevolmente apprezzare.

Schoenlappertje: è una birra ambrata di alcolici, fragrante, brassata con il ribes nero. E’ la seconda volta, negli ultimi tempi, che mi imbatto in una birra brassata con questa bacca particolare; devo dire che però questa olandese non ha niente a che vedere con la Cassissona del Birrificio Italiano, l’altra birra brassata con il Ribes Nigrum. Questa fruit beer olandese (brassata senza nessun dolcificante artificiale) ha un sorprendente colore rosso vivo, uno spiccato odore fruttato e un finale fresco e caramellato. Ideale per aperitivi fruttati e poco alcolici, meglio ancora se “miscelata” con una bevanda un po’ più amara (tipo bitter)

Dulle Griet: la dubbel di casa Schelde, 6,5° alcolici ricchi ed intriganti, corposi ed apprezzabili. Corposi come il cannone al quale si fa esplicito riferimento nel nome, il Dulle Griet, appunto, che fa ancora bella mostra di sè a Ghent, nella piazza del Mercato del Venerdi. Costruito nella prima metà del XV secolo, l’affusto misura 5,025 mt., pesa 16.400 kg.  ed era in grado di sparare palle di cannone del peso di 340 kg.; è ritornato nella città di Ghent nel 1578, da Oudenaarde, trasportato da una nave lungo il fiume Schelde. Una bella birra, questa Dulle Griet, dalla schiuma fine e compatta, ma non molto persistente. Il colore è un  ambrato scuro, l’aroma è ricco e relativamente abboccato, di malto caramellato e di frutta matura. Il corpo è relativamente robusto e strutturato, un po’ rustico e granuloso, ma molto intrigante, che parte dall’abboccato del malto per evolversi in sentori leggermente tostai e rustici di cacao. Si fa bere molto volentieri, lasciando puliti lingua e palato.

10 Responses to “Il “gelato d’abbazia”, e poi a tutta Olanda”

  1. Hanvil

    Beh, allora bisogna aumentare il range degli esperimenti, e visto che il week end impelle, mi dovrò dedicare alla causa!!! Ho visto che hai tolto le uova (che forse tendono a soverchiare alcuni sapori?): hai voluto un prodotto finale che valorizzasse maggiormente la birra e che non ricordasse una pseudo crema all’uovo “variegata alla birra”?

  2. Alberto Laschi

    Perfetta deduzione! Mia moglie ha provato a togliere le uova proprio per dare più risalto alla birra impiegata, limando quindi l’effetto “morbidezza” ed esaltando invece la parte più “genuina” del prodotto. Devo dire che l’effetto è migliore, sicuramente più “schietto” e più caratterizzato

  3. 13th

    devo convincere mio padre che e’ un gelatiere 😀

  4. Alberto Laschi

    @13th: se il tuo papà “artigiano del gelato” prova le “nostre” ricette e ci dà dei consigli (siamo mooooooolto improvvisati, come gelatieri) ci farebbe mooooooolto piacere

  5. Hanvil

    per rimanere in ambito trappista, sabato ho provato una nuova produzione con una Rochefort 8: quanto uscito dalla gelatiera non mi ha soddisfatto in quanto il gelato mi è sembrato piuttosto piatto (il freddo intenso sembrerebbe penalizzare estremamente questa birra) con un gusto poco definibile; spiccavano leggermente le note di caffè amaro e forse una vaga idea di radice di liquerizia, ma ciò che mi ha “scioccato” è stato il retrogusto, amaro parlando di un gelato, luppolato per la birra, che poco aveva a che fare con quanto stavo mangiando e davvero troppo prevaricante e persistente. l’assenza di uova ha ha permesso alla birra di emergere, con un prodotto più “sabbioso” e, come hai detto tu, rustico, ma questo evidenzia quella che credo sia l’inadattabilità della specifica birra all’evoluzione in gelato. forse per essere meno drastici si potrebbe provare con una minore dose di birra ed un aumento di zicchero (forse anche con uno di canna), ma forse la bassa temperatura potrebbe comunque rendere poco profumato il finale

  6. Hanvil

    dimenticavo: il gelato mi è sembrato poco interessante anche a causa della nota alcolica che accoppiata alla bassa temperatura tendeva a nascondere ogni profumo

  7. Alberto Laschi

    Peccato che una birra così spettacolare non abbia prodotto un risultato altrettanto spettacolare, in ambito “gelatesco”; i continui esperimenti (artigianalissimi, si intende) riescono comunque a delimitare “il campo di gioco”. Sicuramente non tutte le birre saranno adatte per partecipare a questo “giochino”, l’importante però è mettersi un po’ in gioco, e giocare anche un po’ con le birre, anche fuori dai soliti canoni. Noi domenica ci abbaimo provato con la Imperial del Maltus Faber … ne parlerò entro un paio di giorni (piccola anticipazione: spettacolare!)

  8. 13th

    appena lo vedo gliene parlo e vediamo se mi asseconda per produrre una prova 😀

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