Tre birre, due per l’estate e una (impagliata) assolutamente no

Cominciamo da quella assolutissimamente inadatta alla stagione estiva, quella che l’hanno chiamata The end of the story. Già ci avevano provato gli americani a tirar dentro i filosofi (la Odell Deconstruction con Jacques Derrida), adesso è il turno degli scozzesi del Brewdog, che danno alla loro ultima provocazione birraria il nome (parziale) di un saggio del famoso politologo statunitense Francis Fukuyama, The end of  history and the last man (questo il titolo completo, pubblicato nel 1992). In questo saggio il politologo americano offre una sua personale interpretazione della storia dell’umanità, che lui vede racchiusa nell’ottica di un unico processo evolutivo, terminato alla fine del XX secolo. Un ulteriore sviluppo di questo processo, che riesca ad andare oltre al traguardo dello stato liberale e democratico, è da escludere perchè, afferma, a livello ideologico, l’umanità ha vissuto con il comunismo e il capitalismo il culmine del proprio pensiero politico. Rimandando alla curiosità di ciascuno i doverosi approfondimenti filosofici, uno si chiede: che c’entra tutto questo con la birra? C’entra, dicono loro, quelli del Brewdog, perchè questa birra è il punto di non ritorno (per loro), l’ultima e definitiva tappa del proprio personalissimo percorso legato alla estremizzazione del concetto di birra (e chi ci crede?). 12 bottiglie prodotte, 500 o 700 sterline cadauna (a seconda dell’animale “usato”), già sold out, tutte accompagnate dal relativo certificato di autenticità,  55% vol. alc., una bionda belga (?) ottenuta tramite la messa in infusione di ortica delle Highland scozzesi e bacche di ginepro. Ma il “bello” (o il “trash”, a seconda dei gusti) sta nella chiamata sulla scena del tassidermista. Sì, perchè ciascuna bottiglia è “contenuta (si fa per dire) nel “corpo”, impagliato e  trattato, di un ermellino o di uno scoiattolo (per la precisione 7 ermellini e 4 scoiattoli grigi, tutti rigorosamente road kill, cioè fatti fuori sulla strada; ma le bottiglie non erano 12, all’inizio?). E questo perchè? Perchè anche il packaging di questa birra deve rappresentare The end of the story: mai più nulla potrà spingersi più in là di così. Hanno vinto loro anche questa volta, sul piano della comunicazione e della provocazione. Certo, però, che ci sono andati pesanti a questo giro, e non solo sul grado alcolico della birra …

Molto più “tranquille” e sicuramente più vicine alle nostre “abitudini” le due birre che consiglio qui di seguito per raffrescare in maniera delicata ma efficace queste torride serate estive, la Enkir di Birra del Borgo e la Blanche de Valerie di Almond 22.

Enkir

Nella mitologia sumera il dio Enki era uno dei quattro dei creatori del mondo, signore degli Oceani e delle acque sotterranee apportatrici di vita, oltre ad essere anche il dio della sapienza e delle arti. Dal nome di questa divinità deriva quello del cereale usato per questa birra, l’enkir, conosciuto nel vicino Oriente già 10-12000 anni fa (dicono sia il primo cereale addomesticato della terra). E’ considerato il padre dei cereali e cresce spontaneo ancora oggi in alcune zone della mezzaluna fertile (Turchia e Iran), senza bisogno di nessun tipo di concimazione; possiede un alto contenuto proteico, ed un’elevata quantità di carotenoidi, che rendono gialla la farina ottenuta dalla sua macinazione. L’idea di produrre una birra con questo cereale deriva dalla collaborazione fra un mastro birraio, un mugnaio e un fornaio/pizzaiolo: nell’ordine Leonardo di Birra del Borgo, Felice Marino del Mulino Marino nelle langhe piemontesi, che macina ancora a pietra francese naturale i grani di enkir e di altri prodotti provenienti dalla filiera dell’agricoltura biologica, e Gabriele Bonci, definito da Vogue il “Michelangelo dei pizzaioli italiani”. Bella l’idea, molto buona anche la sua realizzazione. La Enkir è birra fresca  e rinfrescante; brassata con il 55% di questo cereale, ha colore biondo lattiginoso, molto velato, con una schiuma che ci mette un po’ a svilupparsi e molto poco a dileguarsi. Il naso non è particolarmente ricco, ma sicuramente caratterizzato: netta la sensazione olfattiva legata alla abbondante presenza del cereale (sembra davvero di mettere il naso in un mulino), e chiara la percezione del cereale “bagnato”. Il corpo è assolutamente rotondo, privo di spigoli, dalla frizzantezza poco più che accennata: accanto a sentori legati alla germinazione, la sensazione generale è quella di una birra frutta e speziata, con note citriche diffuse e una leggera astringenza finale. Niente che duri troppo a lungo, ma che si fa apprezzare, come il finale deciso e asciutto. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 6,2% vol.; ©Alberto Laschi.

Blanche de Valerie

5 stelle di valutazione nell’ultima guida alle birre d’Italia di Slowfood, il nome della birra  che è una dedica alla moglie (di Jurij Ferri, del Birrificio Almond22). Qui la parte del leone la fanno gli ingredienti “esotici”:  pepe nero del Borneo (una variante del Nero di Sarawak), grano Kamut, segale (prodotta in Abruzzo), farro e Saragolla (un cereale antenato dei “moderni” grani duri, introdotto dall’Egitto in Abruzzo dal IV secolo d.C.). Una blanche composita, e anche complessa, dal naso ricco ed elegante, a cui fa da controcanto un corpo e un gusto entrambi raffinati. Il naso è oggettivamente alquanto speziato, con una nota floreale preponderante, comunque vario e variegato. Il colore è un biondo leggermente opalescente, la schiuma è fine, cremosa e persistente. Il corpo è delicato ma anche molto caratterizzato, leggero e dalla buona beva. Quasi per nulla amara, mediamente frizzante e relativamente alcolica, ha corsa breve ma non fugace, legata alla sensazione “bagnata” del frumento e del cereale, leggermente amaricante solo nel finale. Fresca e rinfrescante. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 4% vol.; ©Alberto Laschi.

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