In questo post parlerò di una storia particolare (si parte da un gioco on-line e da un gelato …) e di una birra che quasi sicuramente non mi capiterà mai di assaggiare. Il luogo che origina entrambi (il gelato e la birra) è la Palestina, o meglio, i territori palestinesi che ne occupano una parte; l’altra (quella più estesa) è occupata dallo stato d’Israele.
In teoria la Striscia di Gaza (1.400.000 abitanti, di etnia araba) e la Cisgiordania (2.200.000 abitanti) costituiscono una “unità territoriale” unica; di fatto queste due entità territoriali/amministrative, comunemente conosciute come i
“Territori occupati” da Israele dopo la Guerra dei sei giorni del 1967 (anche se Israele li definisce “territori contesi“), sono fisicamente separati e quasi non comunicanti fra di loro. Il tutto, come si può immaginare, genera enormi problemi di vivibilità, e condiziona anche gli aspetti più semplici e “normali” della vita, compresi gli aspetti economici. Per esempio: come fa un gelataio di Gaza a vendere un gelato in Cisgiordania? E una studentessa, sempre di Gaza, a frequentare l’Università palestinese Birzeit in Cisgiordania? E una famiglia di Gaza come fa a riunirsi con i parenti che si trovano in Cisgiordania? La ONG israeliana Gisha ( fondata nel 2005 per proteggere la libertà di movimento dei palestinesi) ha messo on-line, con l’aiuto di fondi provenienti dalla Comunità Europea, un gioco, Safe Passage (come il nome del corridoio previsto dagli Accordi di pace di Oslo del 1993, che doveva collegare, via Israele, Gaza con la Cisgiordania) per far “provare” a chi lo voglia fare, i disagi materiali ai quali vanno incontro i palestinesi. Il risultato finale del gioco nelle sue diverse varianti (gelataio, appunto, studentessa e famiglia) è purtroppo sempre lo stesso: la strada fra le due entità territoriali risulta sempre sbarrata.
La produzione e la vendita della birra in Paestina ha subito (e sta subendo) la stessa sorte. Dal 1994 a Taybeh, villaggio cristiano-palestinese di 1.500 anime a 30 km. a nord-est di Gerusalemme, i fratelli David e Nadim Khoury producono
birra. Ritornati in patria da Boston l’anno dopo la firma degli accordi di pace di Oslo (una delle 12.000 famiglie che tornarono per ridare vita e speranza al sogno palestinese di riprendere a vivere “normalmente”), fondano la società Taybeh beer e cominciano a produrre (con 12 dipendenti) birra per il mercato locale (Israele, Palestina e Giordania). Il deterioramento della situazione politica e le lotte scaturite dalla Seconda Intifada provocano il crollo della produzione birraria (più dell’80%) e il ridimensionamento del numero degli operai (ne rimasero solo tre). Le difficoltà create dagli israeliani attraverso la costruzione del muro lungo i confini della Cisgiordania hanno acuito ancor di più i problemi di distribuzione del prodotto finale (vi ricordate il gelato del gioco?) oltre i confini puramente locali, nonchè l’approvvigionamento di luppolo e di bottiglie (provenienti dal Portogallo). Di fronte ad una situazione così delineatasi, il titolare Nadim ha dovuto per forza “inventarsi” qualcosa, e questo qualcosa si è chiamato Belgio.Grazie all’interessamento e agli sforzi congiunti dell’ Intal Vlaams Palestina Komitee e CODIP la brewery palestinese ha stretto un accordo commerciale di produzione su licenza e distribuzione con la brouwerij Strubbe di Ichtegem, che produce due delle attuali quattro birre (la Taybeh Beer Golden e la Taybeh Weihnachts-bier) e si occupa anche di una loro parziale distribuzione in Belgio. Nadim ha così potuto allargare i propri orizzonti commerciali, grazie anche alla sua intraprendenza e al pallino per gli affari, riuscendo ad esportare la propria birra anche in Giappone e Germania, creando anche una birra analcolica per il mercato interno palestinese di fede islamica. Non sono delle birre-capolavoro, il rating di Ratebeer lo “certifica”, ma sono birre “simboliche”, espressione di un attaccamento radicale e radicato ad un progetto di vita e di lavoro messi a dura prova. Un attaccamento e una tenacia meritevoli di tutta l’attenzione e la collaborazione possibili.
