Chiusura col botto (di luppolo)

Ultimo post prima della pausa estiva del blog, che ripartirà (sporadici aggiornamenti a parte) lunedi 30 agosto, a ridosso, si può dire, del Villaggio della Birra del prossimo 11 e 12 settembre. Post dedicato a due birre estremamente luppolate, due IPA frutto di due scuole brassicole per certi versi simili, anche se geograficamente lontanissime. Simili perchè sia gli italiani che gli americani produttori di birra artigianale hanno in comune questa grande fantasia produttiva e la voglia di sperimentare, che sta dando, soprattutto in America, anche grandi risultanze commerciali. E’ notizia di ieri, infatti, fornita dalla Brewers Association e riportata tempestivamente da Beernews degli ulteriori, progressivi aumenti di vendita e di fatturato dei 1600 e passa produttori di birra artigianale degli USA, che nel primo semestre del 2010 hanno visto aumentare le proprie vendite del 12% (rispetto al 9% nello stesso periodo del 2009) e il volume delle birre prodotte del 9% (rispetto al 5% nello stesso periodo del 2009), per un totale di 4,6 milioni di barili venduti nel primo semestre del 2010 rispetto ai 4,2 milioni dell’equivalente periodo nel 2009. Il tutto in un contesto commerciale nel quale il volume delle vendite di birra industriale negli USA è diminuito del 2,7%, mentre quello delle birre artigianali è salito del 9%. A quanto sembra, la qualità paga, anche in termini puramente economici.

Skizoid, Toccalmatto

1969, In the court of the Crimson King, il primo LP pubblicato dalla band inglese dei King Crimson (il “re cremisi“), capeggiati da Robert Fripp. A chi ha un minimo di dimestichezza con quel periodo musicale e un po’ di conoscenza anche della storia di questo gruppo progressive rock non sarà sfuggita la stretta somiglianza (di diverso c’è solo il colore, sostanzialmente) fra l’etichetta di questa birra italiana e l’immagine rappresentata sulla copertina dello stesso album; come pure (ma qui bisogna essere un “po’ più esperti“) il nome stesso della birra non potrà non riportare alla memoria una delle tracce di quell’album, quella che porta il titolo di 21st Century schizoid man, un vero e proprio manifesto psichedelico contro la guerra. A Fidenza hanno voluto dare questo nome “schizzato” ad una IPA invernale, una birra ambrata “dalla pazza beverinità” (come loro stessi affermano), per la quale si sono divertiti a fare un “uso smodato di luppoli americani” (in questo caso Chinook,  Centennial e Columbus). Ormai posso dire di averne assaggiate un po’ di queste IPA dal taglio americano, tutte mediamente robuste di alcool e strabordanti di sensazioni resinose e agrumate, che le derivano dalle caratteristiche proprie dei luppoli americani che vengono utilizzati. La Skizoid non si discosta molto da questo contesto, ma è meno complessa ed impegnativa di molte altre, come pure un po’ più scarsa di personalità rispetto ad esempi produttivi, anche italiani. Bello il colore, di un ambrato rossastro, abbastanza tenebroso, schiuma ricca ma non ricchissima, moderatamente “macchiata”. Il naso non è poi così pungente, anzi abbastanza tondo e rotondo, agrumato e resinoso sì, ma non in maniera esagerata. Il corpo di questa birra mi è parso un capellino sfuggente: dopo la prima sorsata, aggressiva ed impegnativa, rustica e un po’ urticante, la consistenza svanisce progressivamente, come l’effervescenza, modesta fin dall’inizio, del resto. Resta la sensazione fortemente amaricante, quasi tagliente, che dura a lungo, molto a lungo. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 6,2% vol.; ©Alberto Laschi.

Great divide Titan IPA

Una birra “titanica” o una birra per “titani“? Senza andare troppo a scomodare la mitologia greca, della quale i Titani, figli di Urano (o Eurinone), fanno parte da sempre, questa bella IPA della Great Divide la si può davvero considerare un caposaldo americano di questa tipologia. Sicuramente una birra più che gradita  da tutti quei “discepoli” del luppolo che in giro, adesso, sembrano una vera e propria moltitudine. 65 IBU, tanti ma non tantissimi, ben distribuiti lungo tutti i suoi 7,1° alcolici, molto ben “nascosti”, Cascade a balle. Il colore è un ambrato classico, netto e pulito, bello il cappello di schiuma che la sovrasta, dalla lunga persistenza e dall’ancor più bella (e durevole) consistenza. Birra che colpisce duro sia il naso che il palato, con la sua netta e radicale impronta resinosa e agrumata, ben irrobustita da un malto morbido e rotondo, ripulita, alla fine, da una netta sensazione di luppoli freschi. La frizzantezza, in questo caso, non è né tenue né fuggevole, e la secchezza finale che lascia in eredità non lascia altra scelta a chi la beve che cercarne (e berne) un altro po’. E’ birra che ha “raccattato” in giro più di un riconoscimento (in Australia, all’International Beer Award nel 2008, all’European Beer stars del 2007 e a Stoccolma, al locale festival birrario, nel 2006), e che ancora può nutrire una folta schiera di appassionati. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc 7,1% vol.; ©Alberto Laschi.

Ci ri-vediamo, ri-sentiamo a fine agosto, quindi. Un’ultimo “suggerimento”, però: per chi avesse la possibilità di venire al Villaggio della Birra per più giorni, non si lasci sfuggire la serata del Venerdi, il pre-Villaggio (novità di quest’anno). Una serata di “sole chicche” …..

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