E’ oggi il “D-day“, a New York: alla presenza del sindaco/magnate Michael Bloomberg (in carica dal 2001, successore dell’altrettanto famoso Rudolph Giuliani) il vulcanico Oscar Farinetti vedrà concretizzarsi uno dei sogni che aveva coltivato da tempo. Aprire, nel cuore del Nuovo Mondo, a New York, la “casa” per eccellenza del buon gusto (alimentare) italiano. Eataly, il suo brand e il suo progetto più ambizioso, aprirà quindi la sua settima sede (oltre alle cinque italiane, Torino Asti Pinerolo Bologna Milano e a quella di Tokyo) nella centralissima Fifth Avenue di Manhattan. Ne avevamo parlato anche noi, di questo importante progetto/investimento americano del creatore della catena dell’elettronica Unieuro, soprattutto in riferimento a quello che più interessa a “noi” del mondo birrario, e cioè
al grande spazio che verrà riservato in questa struttura alla birra artigianale italiana (e americana), nel quale “si daranno da fare” Teo Musso del Baladin , Leonardo di Vincenzo di Birra del Borgo, Vinnie Ciliurzo della Russian River Brewing Company e Sam Calagione della Dogfish Head Brewing Company. Notevole è stato il battage pubblicitario nei giorni che hanno preceduto questa apertura, che ha fornito i molti particolari di questa avventura italo/americana: tanti, meno uno. Leggendo qua e là si possono ricavare molte notizie: sette ristoranti in un locale di 6.000 metri quadri, aperti in collaborazione e sotto la supervisione di Batali e Bastianich (due dei più grandi chef italiani d’America), scaffali pieni di tutte (o quasi) le prelibatezze della cucina made in Italy, 300 dipendenti e 600 posti a sedere nei vari ristoranti tematici, con le migliori menti amministrative e gestionali “rubate” alla intellighenzia finanziaria newyorchese (Jp Morgan, Merril Lynch, Morgan Stanley, BlackRock). Il tutto per un raggiungere un budget di vendite previsto, prudentemente, per il primo anno di 40 milioni di dollari, con la segreta speranza però di spingersi fino ad 80 milioni (anche se ci si “accontenterebbe” molto volentieri anche di 55-60 milioni); il tutto a fronte di un investimento iniziale di 25 milioni di dollari. E in tutto questo vortice di cifre dov’è la “sezione-birra”? L’unico riferimento (nella informazione cosiddetta “di massa”) che sono riuscito a scovare è stato in un articolo scritto da Massimiliano Gaggi per il Corriere della Sera, il quale rifersisce di (a riguardo del progetto-birra newyorchese) “una birreria con tanto di alambicchi di rame sul terrazzo, in cima all’edificio” . Tutto qui; e, parlando di birra, ancora si fa riferimento agli “alambicchi” …. Questo tanto per far capire come ancora “gira” il mondo della informazione non di settore a riguardo della birra, che non appare ancora, sembra, come il principale degli argomenti …
Rimaniamo negli USA con alcune interessanti notizie sul mondo produttivo, sempre più diviso in due segmenti, quello dei colossi industriali e quello dei rampanti birrifici artigianali, con le possibili interconnessioni fra i due. I primi dati
riguardano il colosso AB InBev, con i suoi bilanci di metà anno: profitti, nel secondo trimestre di quest’anno per 1,5 mld. di dollari (+ 7%), ricavi per 9,2 mld. di dollari (+ 4%), produzione di 100,6 mln. di ettolitri. Grandi volumi e grandi numeri, quindi, ma con alcune zone di sofferenza: la prima è il Nord America (appunto) dove i volumi di vendita (Stella Artois esclusa) sono scesi del 3%, e l’Europa centrale (Belgio incluso). Di contro il comparto della produzione artigianale negli USA è ancora in grande crescita, come riferisce il sempre aggiornato Beernews, alla faccia della recessione, quindi. I dati parlano di una progressiva e costante perdita di quota di mercato da parte dei maggiori brands (Heineken -1%, AB InBev - 1,9%, Corona -8%), mentre la quota di mercato degli artigianali è salita dell’11.9%, con la vendita di birra artigianale nei supermercati salita, in soli sei mesi, del 28%, con Sierra Nevada e Stone Brewery in crescita esplosiva.
Sarà per questo, forse, che ad AB Inbev sarebbe venuto in mente di entrare “seriamente” nel mondo della produzione artigianale. Ci sono alcuni rumors infatti (i primi risalgono al 16 agosto scorso) che rimbalzano dagli USA secondo i quali la “sezione” americana della AB Inbev, e cioè Anheuser-Busch, starebbe pensando di acquisire in toto il gruppo
birrario (artigianale) Craft Brewers Alliance (del quale già possiede una quota significativa e con il quale ha una partnership commerciale). Gruppo birrario, la Craft Brewers Alliance, che nasce nel 1980 e che vede attualmente fra i suoi membri la Widmer Brothers Brewing, la RedHook Ale Brewery, la Goose Island Beer Company e, dopo la sua recente acquisizione, la Kona Brewing Company. Attualmente è l’ottavo gruppo birrario americano, con 600.000 barili di birra prodotti annualmente, divisi fra i 31 brands distribuiti su base sia regionale che nazionale. Non c’è che dire, sarebbe una vera e propria “invasione di campo”, questa acquisizione, o, comunque, un segnale commerciale e produttivo molto importante, che ricorda un po’ (su scala enormente diversa, comunque) quanto è già successo in Italia (Assobirra e l’ingresso di alcuni birrifici artigianali nella propria associazione di categoria).

Uguale il giornale La Repubblica di oggi, una paginata intera su vino, formaggio, pizza, bollicine etc etc e del progetto birreria solo 5 paroline scarse … l’ho fatto notare su Facebook e Moreno mi ha risposto che non ne parlano perchè il brewpub aprirà a Novembre!!!
L’avevo visto anch’io, sullla Repubblica di oggi, ma avevo letto l’articolo abbastanza velocemente e non ho fatto proprio caso alle “5 paroline scarse” alle quali ti riferisci. La sostanza, quindi, non cambia; e non sposta senz’altro la sostanza del “problema comunicativo” il fatto che il brewpub aprirà a Novembre. La birra, nella comunicazione “di massa” o comunque in quella non di settore, è ancora argomento di secondo piano, o ancora peggio
Alberto,
il problema è nel CHI fa comunicazione. Non credo che OF non abbia un addetto stampa o non abbia organizzato una conferenza per l’apertura- l’avrà fatto ma non sarà stata nominata la birra, semplicemente.
Ho lavorato come giornalista e ti assicuro che nel 99,% dei casi se si manda un comunicato preciso e dettagliato il testo viene preso pari pari dai giornali. Non è colpa dei giornalisti se si nominano ancora gli “alambicchi”…
Ne sono amareggiata anch’io!!!
p.s. da Repubblica: 800 mq di terrazza al 14° piano con produzione a vista della birra artigianale
@Nicola
Allora, come ha già detto qualcuno, “c’è del marcio in Danimarca” …
@Alberto Laschi
Se un birrificio artigianale in collaborazione fra due dei migliori birrifici USA e due dei più conosciuti birrifici Made in Italy arriva sui giornali italiani come “birreria con tanto di alambicchi in rame” il problema mi sembra evidente.
Non so se sia peggio pensarlo come incompetenza di chi gestisce la comunicazione di Eataly o se sia peggio pensare al “marcio in Danimarca”…
O forse, è proprio l’incompetenza che rappresenta “il marcio in Danimarca” …