Sibilla e T.I.P.A., due “tipe” da Villaggio

Sibilla, Toccalmatto

Ci sono arrivato tardi, ma ci sono arrivato, alla Sibilla, la saison del Toccalmatto. E me ne sono pentito. Pentito del fatto di esserci arrivato così ”tardi”. Se n’erano accorti altri molto prima di me (e con molti più titoli di me per farlo). Sono stati i giudici dell‘International Beer Challenge 2010, tenutosi a Londra, a tributarle il “doveroso” riconoscimento della medaglia d’oro, in una edizione del premio che ha visto l’Emilia sugli scudi: delle 24 medaglie d’oro assegnate, infatti, ben 6 sono state attribuite a birre italiane, 4 delle quali brassate in Emilia (Toccalmatto + Birrificio del Ducato). Lo dico subito: perfettamente meritato il riconoscimento, per una saison, questa bionda del Toccalmatto, che dà le paghe a molte altre birre di questa categoria (e non solo), anche belghe, se la devo dire tutta. Buona, beverina, fresca: questo in estrema sintesi, il profilo della Sibilla, birra che, come altre birre di Fidenza, ha già delineata nel nome (e nella label) una parte della propria storia. Innanzitutto un piccolo/grande simbolo, la maghen david (quella adottata da vari mastri birrai nel medioevo), tatuata sulla spalla sinistra dell’ avvenente fanciulla, che, nelle intenzioni del grafico, intende richiamare alla memoria la figura di una sibilla. Esseri reali/mitologiche, le sibille erano delle vergini dotate di virtù profetiche, perlopiù ispirate da un dio, che fornivano responsi e predizioni, spesso ambigui, per non dire ambivalenti. E l’ambivamenza (assolutamente non l’ambiguità) sembra essere una delle caratteristiche peculiari di questa birra: fresca ma anche asciutta, fruttata ma anche luppolata …. Sicuramente una saison perfetta per la stagione più calda, leggera (relativamente) e secca, nettamente dissetante. Il colore è un biondo raffinato e leggermente scarso, la schiuma è copiosa, cremosa e fine, esageratamente persistente; rifermentata in bottiglia, brassata con malti d’orzo, frumento ed avena, ha una luppolatura discreta ma vincente, ottenuta mediante l’uso di luppoli Perle e Goldings. Un luppolo che si ritrova (molto relativamente)  nell’aroma e (riccamente) nel finale della degustazione, con  un effetto-pulizia che ne rende veramente apprezzabile e asciutto il finale. Ha corpo rotondo e scattante, molto asciutto e nettamente frizzante, nel quale spiccano le noti piccanti date dal lievito e un lieve gusto fruttato che si fa relativamente spazio fra le note asciutte e secche del luppolo. L’aroma però è il top: un fruttato intenso e delicato, alla portata di tutti, che si fa notare per eleganza, profondità e durata: un’albicocca tenue e mai stucchevole, un leggerissimo sentore di banana, una screziatura speziata, anche qui proposta dal solo uso di un lievito, particolarmente ricco e vivace. Se tanto mi da tanto, la Sibilla (se mantiene la stessa, smagliante forma di questa, testata in bottiglia) sarà una delle birre-top del prossimo Villaggio. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 6% vol.; ©Alberto Laschi.

T.I.P.A., Pausa café

Dopo la Tosta, la Dui e mes, la Taquamari, la P.I.L.S. e la Chicca, l’ultima birra che riesco a presentare di Andrea Bertola, la T.I.P.A., che sarà presente in fusto al Villaggio insieme alle stesse Tosta, Taquamari e P.I.L.S. (mi mancano ancora  da assaggiare altre due o tre delle loro, ma tutto non si può avere …). Non sono riuscito a decifrare l’acronimo che la identifica (o almeno, mi mancherebbe, penso, da indovinare solo ciò che si nasconde dietro la T), giochino che invece mi era riuscito con la P.I.L.S., ma la T.I.P.A non è certo tipa (o birra) che si nasconde. Una IPA di ispirazione prettamente inglese, robusta di alcool (7,2°), brassata con materie prime decisamente british (malti Maris Otter e Kristal, luppolo East Kent Golding), dal bel colore rosso rubino, nettamente tendente al mogano. E’ la birra che sento più “aggressiva” nel contesto dell’intero range produttivo di Pausa Cafè, ma non potrebbe essere altrimenti, se si considera la tipologia birraria alla quale Andrea si è ispirato. Tanto luppolo, ma anche una bella robustezza di malto, un profilo aromatico pungente e caratterizzato, una “ruvidezza” gustativa che ricorda molto il legno e la polvere. Rustica senza essere grezza, richiama alla mente un’autenticità non rarefatta o artefatta, netta e decisa, con pochi fronzoli ma anche con una spiccata personalità. Bello il finale caratterizzato dal classico spettro gustativo dei luppoli inglesi, preceduto e preparato da una corsa rotonda e consistente, fatta di caramello e zucchero candito. La frizzantezza decisa ne favorisce la gustabilità. Una T.I.P.A. tosta, comunque. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 7,2% vol.; ©Alberto Laschi.



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