Due “infiltrate” al Villaggio

Non erano fra i birrifici invitati (Barley ed Extraomnes), ma mi fa piacere parlarne, perchè in qualche modo la loro presenza si è comunque avvertita. Nicola Perra infatti ci ha fatto il grande piacere di “venire in ferie” al Villaggio di quest’anno (dopo esserne stato uno dei protagonisti nello scorso anno), partecipando (da spettatore) anche ad uno dei laboratori guidati da Kuaska. Schigi, invece, anima del quasi neonato Extraomnes, ci ha chiesto di poter fare una piccola/grande sorpresa ai frequentatori del Villaggio, portandoci un fusto della sua Saison, che è stata attaccata (e rapidissimamente terminata) ad una delle spine del TNTpub.

Nicola poi non è arrivato a mani vuote, anzi, si è fatto precedere da un graditissimo regalo, una bella cassa di birre, con la sua ultima creazione, la Tùvi Tùvi (che ancora non ero riuscito ad “agguantare” da nessuna parte) che vi faceva la parte del leone. Quando uno cade in maniera improvvisa, e rovinosa, in avanti, nel dialetto sardo (e più precisamente, nella sua variante campidanese) si dice che ha fatto tùvi tùvi, usando una locuzione verbale quasi onomatopeica. E un bevitore alquanto sgarzullino che, pur nella caduta, riesce a preservare quasi del tutto il prezioso liquido contenuto nel bicchiere, fornisce la simpatica ed efficace trasposizione grafica del concetto. A 5 mesi dalla sua prima commercializzazione, quindi, insieme a Gianni, riusciamo ad assaggiare l’ultima creazione di Nicola, una blonde ale di 6,2° che subito ci conquista, per la sua linearità e la sua estrema bevibilità, alla quale fa riferimento sia il nome che la rappresentazione grafica della label: come ci aveva già detto Nicola in precedenza nome e label sono, infatti, una “sorta di metafora sulla facilità di beva della birra“. Birra dal carattere “internazionale” potrei dire, che le deriva dall’uso (oculato e sapiente) di luppoli provenienti dalla zona di Poperinge, il britannico Challenger e il polacco Marynka, entrambi ricchi di proprietà amaricanti e decisamente aromatiche. Come già per le sue altre birre, la scheda degustativa che Kuaska ha buttato giù per la Tùvi Tùvi è ovviamente inarrivabile, e suscettibile di nessun tipo di aggiunta, tanto è completa e complessa. Dico solo che ciò che più mi ha colpito è stata la sua freschezza e fragranza, la sua personalità apparentemente tranquilla ma invece decisamente variegata e stuzzicante, il suo finale quasi sorprendente per ricchezza e fantasia, e la sua sicuramente ricca adattabilità ad accompagnare più di una pietanza sa tavola. Dopo l’esubertante delicatezza della Friska, l’assoluta particolarità della Zagara, lo straordinario mix della BBevò (anche nella sua versione normalmente luppolata) e il must assoluto rappresentato dalla BB10 (e in attesa delle altre birre di Nicola delle quali parlerò ancora), un altro fiore all’occhiello, della intera produzione artigianale italiana. Assaggiata in bottiglia da 0,375; alc. 6,2% vol.; ©Alberto Laschi


Riguardo alla nuova avventura di Schigi (alias di Luigi d’Amelio) c’era molta attesa, in giro: passare dall’altra parte della barricata (quella produttiva, per intendersi) non è scelta facile, in assoluto. Nel caso di Schigi, poi, le variabili che potevano complicare ulteriormente questo passaggio potevano essere ancor più numerose. Tutto ciò non lo ha trattenuto però, e una volta trovati i partners giusti (la El Mundo spa, che si occupa di torrefazione del caffè dal 1967) si è buttato con idee chiare e progetti altrettanto lineari in questa nuova attività (aiuta a capire il tutto la bella intervista postata pochi giorni fa su Cronachedibirra con Schigi protagonista). “Fulminante” il nome scelto per questa avventura (extraomnes, fuori tutti, come dice il Maestro delle Cerimonie Pontificie nel momento in cui i cardinali si riuniscono in Conclave per eleggere il nuovo Papa, ordinando a tutti color che non sono i cardinali elettori di uscire), “lapidario” il motto che ne fa da corollario (la birra va solo bevuta), accattivante la parte grafica delle labels. E la birra di Schigi com’è? Buona, molto buona, almeno la Saison assaggiata al Villaggio (ma Allo, che le ha già assaggiate tutte mette le mani sul fuoco per tutte e quattro). Volendola descrivere in due parole, cito direttamente  Schigi che dice, della propria Saison, che è “fatta praticamente dal lievito, senza spezie, ma pepata e piccante grazie alla presenta di malto di segale“. E’, nella intenzione del produttore, l’espressione fedele di una tradizione ben radicata in Belgio, quella delle fresche saison offerte a pranzo agli operai nei campi; una bionda di 6,9% vol. dalla schiuma enorme e cremosa (che ha creato un pochino di problemi all’inizio nella spillatura), corposa e sostanziosa, piccante e fragrante, floreale e morbida. Tanta “roba” in una sola birra, con lo speziato (se la devo dire tutta) che spicca più di tutto il resto nel contesto, soprattutto nell’aroma; in bocca è più rotonda e morbida di quanto mi potessi aspettare, con una carbonazione modesta e raffinata, che permette ad un luppolo discreto e balsamico di fare la sua bella figura nel finale. Parere mio personale: ottima, fresca, fragrante e morbida allo stesso tempo, da bere a secchi. Mi permetto di fare solo una (piccola) osservazione, dovuta anche al fatto che l’ho assaggiata in parallelo (era alla spina accanto) con la Saison Duponto Cuvèe 2010 Dryhopping, il “dio” delle saison: una luppolatura un “capellino” più decisa potrebbe far bene, alla Saison di Schigi. Che, però, è già buonissima così. Assaggiata alla spina; alc. 6,9% vol.; ©Alberto Laschi

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