Southern Tier, la Choklat

Il primo birrificio "tutto americano" che ho potuto apprezzare a Roma, al Parco Rosati, è stato il Southern Tier; Prima di essere un birrificio, però, Southern Tier è una regione geografica. Con la locuzione southern tier infatti si è soliti indicare una zona della contea dello stato di New York posta ad ovest dei monti Catskil, lungo il confine settentrionale della Pennsylvania, con inclusa parte della contea del Delaware. Zona abitata, a suo tempo, dagli indiani d'america, e più specificatamente dalla grande nazione degli Irochesi, zona passata poi rapidamente nelle mani dei coloni "bianchi" subito dopo la conclusione della guerra rivoluzionaria d'America, che la trasformarono gradualmente in una regione a grande vocazione agricola. Questo fino agli anni della grande Depressione, dalla quale la zona ha avuto grandi difficoltà a risollevarsi. Con il contributo decisivo, a livello politico, della famiglia Kennedy, la regione si è progressivamente affrancata dalla economia quasi esclusivamente agricola, per divenire meta turistica e area di delocalizzazione degli interessi economici della limitrofa (e ingolfata) macro area di New York. In questo contesto nasce, nel 2002, la Southern Tier Brewing Company di Lakewood, New York, aperta da Phineas DeMink e Allen (Skyp) Yahn, dopo l'acquisto di tutta l'attrezzatura di un vecchio birrificio, ormai in disuso, la Old Saddleback Brewing Co. di Pittsfield, nel vicino Massachusetts, e il trasferimento di tutto l'armamentario nella nuova "casa", all'interno del Business Park Stoneman. La produzione vera e propria inizia nel 2003, e la prima espansione commerciale prende il via nel 2005, quando le loro birre si possono già trovare in tutto lo stato di New York. Soprattutto le IPA, prodotte non da subito, che riscuotono presto un enorme gradimento. Da allora la strada commerciale è tutta in discesa: è dell'anno scorso un ulteriore ampliamento dell'impianto (che ha prodotto, a regime, 18.000 barili di birra), progettato per dar vita a birre innovative, di alta qualità, per rispondere ad una clientela sempre più esigente, ma anche "premiante". Ratebeer, infatti, quest'anno, ha classificato Southern Tier al 18° posto nella classifica dei migliori birrifici del mondo. Attualmente la produzione, fedele ad una tradizione tutta americana di "pluriarticolazione", prevede 7 birre "stabili", cioè reperibili tutto l'anno; 3 birre stagionali; 4 birre "incasellate" nella categoria "imperial" (Unearthly Imperial IPA, Hoppe Imperial Extra Pale Ale, Big Red Imperial Red Ale, Iniquity Imperial Black Ale); 5 birre stagionali, però della serie sempre delle "imperial" (una barley wine, una pale lager, una wheat ale, una pumpking ale, una helles lager); 5 "incasellate" nel segmento blackwater series Imperial IPA (Choklat stout, Jah*va imperial coffee, Mokah, Créme Brûle, Oat Imperial) e 3 birre della serie Cuvée. Totale? La bellezza di 27 (!) birre, nell' 85% dei casi con valutazione su Ratebeer superiore ad 85. Niente male per un birrificio nato non più di 7 anni fa …

Per questa birra, la Imperial Choklat Stout, quelli della Southern Tier l'hanno presa larga, partendo da molto lontano, addirittura dal Popol Vuh (il "libro della Comunità"). Che era (ed è) una raccolta  di miti e leggende proprie dei vari gruppi etnici che abitarono la terra Quiché (K'iche'), uno dei regni maya in Guatemala. In questo libro si fa menzione più volte di una bevanda molto diffusa allora, fra quei popoli, xocoatl, antesignana della "nostra" cioccolata". Bevanda "preziosa" (donata agli uomini dagli dei e riservata ai soli governanti), come prezioso era ritenuto il frutto alla base della sua preparazione, la fava di cacao, tanto preziosa da essere usata dai Maya e dagli Atzechi come moneta. Con questa Imperial stout, inserita nella "famiglia" produttiva delle Blackwater series Imperial IPA, gli americani hanno voluto chiudere un cerchio storico, oltre che rendere omaggio ad una delle bevande più diffuse al mondo. Mettendo in atto un "azzardo" produttivo, correndo scientemente il rischio (ed evitandolo sapientemente) di fare un prodotto estremo, "dolcione" e basta; quindi potenzialmente imbevibile. Pompando sull'alcool (ha pur sempre  un ABV di 9,5), smanettando con giustezza sui luppoli (Chinook e Willamette), sterzando a destra e manca con i malti (malto caramello, malto cioccolato e fiocchi d'orzo), hanno potuto equilibrare lo strapotere gustativo del cioccolato belga, usato per brassarla. Poi, di fatto, assomiglia molto ad uno "sciroppo di cioccolato fermentato", ma non è per nulla sciropposa, anzi. Ad uno può venire il dubbio: ma se ne potrà bere una intera bottiglia? Tranquilli: si arriva piacevolissimamente alla fine della bottiglia. Avercene, anzi. Esaltante e raffinato il  mix tra le caratteristiche di una stout (tosta e tostata, pochi spigoli e una bellissima tessitura amara, nera come la notte e schiuma color cappuccino) e il sorprendente aroma e retrogusto finale di cioccolata. Perchè la cioccolata c'è e si sente: forse non c'è birra più cioccolatosa di questa (anche la Brooklyn Black chocolate stout le sta un passo indietro), ma la giusta attenuazione data dai fiocchi d'orzo e una carbonazione eccellente ed adeguata le conferiscono una rotondità e una beverinità inusitate. Perfetta per un dopo cena "meditativo", ottima per accompagnare qualsiasi cosa che contenga cioccolta, meno calda e calorica di quanto uno si possa aspettare. Per questo è perfetta: lo dicono in 826 su Ratebeer. Assaggiata alla spina; alc. 9,5% vol.; ©Alberto Laschi.

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