Le (nuove, per me) italiane del Salone

Di birra, al Salone del Gusto di quest'anno, ce n'era tanta (come negli anni scorsi, d'altra parte); c'era un buon numero di birrifici artigianali italiani, "sparsi" nelle varie regioni di appartenenza, scelta criticata da molti, come da molti invece è stata apprezzata, Kuaska in primis, in questa intervista rilasciata a Marco Tripisciano. Tanta birra, dicevo, con la "sezione italiana" che ho cercato di "selezionare" in maniera parzialmente metodica (ri-assaggio di prodotti noti, scoperta di prodotti e birrifici nuovi) e parzialmente logistica (al Salone si fanno di solito i chilometri, e certe scelte hanno risposto al concetto di "prossimità", cioè al birrificio che mi si parava davanti). Cominciamo con la "gente" già nota: Citabiunda, Maltus Faber, Olmaia.

Del birrificio piemontese conoscevo già alcuni suoi prodotti, ma era un po' di tempo che non riuscivo più ad assaggiare qualcosa di loro (sembravano anche un po' spariti dai radar, ultimamente). Quindi mi sono soffermato il tempo dovuto presso il loro stand ad assaggiare due loro birre (per me) nuove: la Revolver e la Cinnamon Girl. La prima, spillata  a pompa, è una new entry produttiva, una summer ale (se non ho capito male) con un ABV di 3,5°, biondo/ambratina, che va giù svelta svelta, dalla luppolatura leggera e soffusa, che la rende estremamente beverina. Forse un po' (volutamente?) scarsa di "corpo", ma niente male, davvero, perfetta per la stagione più calda (e per la temperatura interna al Salone). La stessa cosa non mi sento di dire invece per la Cinnamon Girl, una rossa anglofila nelle intenzioni, ma non molto anglofona nel risultato: luppolo erbaceo, bassa gradazione alcolica (5,7% vol. alc.), attacco gustativo più che apprezzabile, ma poi molta (per me troppa) spezia. La cannella prende il sopravvento creando un effetto oversize, che non ne agevola le bevuta.

Maltus Faber: è sempre un piacere fermarsi a fare due chiacchiere con Fausto e Massimo, assaggiare i loro prodotti sempre eleganti. Due novità: una diversa luppolatura per la loro Ambrata, che, a mio parere, le conferisce una maggiore compiutezza e la caratterizza ancora meglio e la Imperial barricata. Maturazione in botte per almeno sei mesi (in botti nelle quali ci era già "passato" il Brunello di Montalcino), gradazione alcolica rimasta inalterata, ma una maggior morbidezza, una sfumatura delicata di "vinosità", una diversa "ripartizione" dei sapori, sempre eleganti, in seguito alla maggiore e più venerabile anzianità. Veramente un bel prodotto, che conferma, aumentandolo, il valore del prodotto base, già di per sè ottimo. Tutto ciò in attesa di assaggiare (penso presto …) la loro birra di Natale e di poter apprezzare (nella stessa occasione?) anche la nuova Blonde con dry hopping, in fusto.

Olmaia: era veramente soddisfatto Moreno del Salone (un po' meno alcuni altri …. sembra). Al sabato a pranzo aveva già finito tutti i fusti, ad eccezione della nuova Christmas Duck, imbottigliata in 486 eleganti tonneau, come racconta lo stesso Moreno, solo il 14 Ottobre (o giù di lì) dopo 20 giorni di maturazione. A Torino, quando sono passato da lui, gli era rimasta solo un po' di questa natalizia in fusto, che ho trovato ancora giovane, ma molto, molto promettente. Rotonda, un buon tono di amaro tostato e maltato, svelta la beva, carbonazione sufficientemente omogenea e sostenuta, buon finale asciutto e amarognolo di malto luppolato. Bella prova produttiva, davvero

La new entry, fra i birrifici artigianali italiani è stata quella dei friuliani (Forni di Sopra) del Birrificio Foglie d'Erba. Ne avevo sentito parlare, qua e là, spesso bene, sicuramente con curiosità. Che deriva dal fatto di essere il primo birrificio italiano certificato PEFC, (Programme for the endorsement of forest certification schemes, l’organizzazione mondiale che promuove la buona gestione forestale) o meglio, le sue birre sono certificate PEFC in quanto prevedono l'utilizzo di elementi (resine, aghi di pino) provenienti da boschi "virtuosi", in quanto "custoditi" in maniera eco-sostenibile. Bella l'idea, tecnicamente anche non facile da attuare (leggere l'intervista che Gino Perissutti, mastro birraio e proprietario del brewpub friulanoa, ha rilasciato alla rivista online Italia a Tavola per farsene un'idea), molto varia la gamma delle birre, legate anche alla stagionalità dei prodotti provenienti dal Parco delle Dolomiti friulane. Della quale si può prendere visione solo sul benemeritissimo Microbirrifici.org, perchè il sito del birrificio è ancora in costruzione, da un bel po' (e qui si potrebbe aprire una lunga parentesi su quanto i birrifici italiani si rendano "visibili" ….). Tant'è; attirato dal logo American Brewers affisso allo stand (il birrificio è loro "associato", come risulta dall'elenco ufficiale dei soci) ho bevuto la birra top della gamma, la Ulysses. Che sia una bella birra lo  ha confermato anche Kuaska,che l'ha trovata, come me, in ottima forma. Il problema è, però: qual è la "sua forma vera"? Ratebeer la incasella nella categoria delle Spice/Herb/Vegetable beer; Microbirrifici, invece, la mette nella casella delle Strong Belgian Ale/dubbel; a me il birraio, me l'ha presentata come una black Ipa; in giro c'è qualcuno che ne parla come di una porter … Qualcuno può aiutarmi (anche sulla sua gradazione alcolica, visto che si oscilla fra i 5,7° e i 7,4°…)? Di fatto: buona, molto buona, dal bel profilo aromatico, "pinoso", fresco e balsamico, con una luppolatura tenace e dalla spiccata personalità, che ben sostiene malti e frumento ben reperibili al gusto. Watery al punto giusto, scura con varianti cromatiche sull'ambrato, si avvicina di più al mondo delle IPA che a quello belga, a mio parere, rivelandosi una vera, bella sorpresa.

 
 
 

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