A proposito di Germania …

Confesso che non sapevo cosa fossero, le Riserve Biosferiche. "Incappando" nelle birre della brauerei tedesca Rotherbrau, che ha sede a Röhn, in Baviera, ho colmato questa lacuna. Sono, in tutto il mondo, 564, distribuite in 109 paesi, riconosciute come tali dall'Unesco, che le "protegge" con un apposito programma incentrato sull "Uomo e la Biosfera" (MAB, Man and Biosphere), la cui finalità è quella di cercare soluzioni appropraite al mantenimento della abitabilità della Terra. Citando direttamente la fonte, "le riserve biosferiche sono aree di ecosistemi terrestri, costieri e marini in cui, attraverso un'appropriata gestione del territorio, si associa la conservazione dell'ecosistema e la sua biodiversità con l'utilizzo sostenibile delle risorse naturali a beneficio delle comunità locali: ciò comprende attività di ricerca, controllo, educazione e formazione". Riconosciuta come tale nel 1991, la riserva di Röhn è la "casa" della Rotherbrau, birrificio tedesco a conduzione familiare (siamo alla V generazione) aperto in questa regione dal 1788, dalla famiglia Weydringer. Un mulino sul fiume Stettbach fu il primo edificio ad ospitare la produzione birraria, in una zona, questa, all'estremo nord della Baviera, a grande vocazione brassicola fino dal XIV secolo. Furono infatti i monaci dell'allora monastero agostiniano di Münnerstadt a far crescere in questa zona, in seguito alla loro produzione birraria, una folta schiera di loro seguaci (birrari).Il birrificio usa ancora oggi le acque di questa riserva naturale, povera di nitrati,  particolarmente adatta per produrre birra; dal 1989 ha dato vita ad una linea "parallela" (a quella standard) di birre biologiche, quella delle Öko – biere per la quale, nel 2008, ha ricevuto un prestigioso riconoscimento.

Dalla DLG e V. (Deutsche Landwirtschafts-Gesellschaft, Società Tedesca per l’Agricoltura), già incontrata parlando delle birre della Brauerei Simon, la Rotherbrau ha infatti ricevuto la medaglia d'oro Preis der Besten ("per i milgiori"), che viene concessa solo a quei produttori che per 15 anni consecutivi hanno ricevuto i premi annuali per la qualità. Qualità alla quale, assieme alla "tradizione" (brassano rispettando rigorosamente l'Editto della Purezza), il birrificio tedesco tiene tantissimo, utilizzando luppoli tedeschi a coltivazione biologica (Spalt ed Hallertau) e malti (sempre biologici) provenienti da un maltificio posto a pochi km. dalla brauerei. Ampia la gamma dei prodotti, alla quale sovrintende l'attuale mastrobirraio Tobias Weydringer: sette le birre della linea "tradizionale" (export, pils, doppelbock, radler …), cinque quelle della linea biologica. Un bel portafoglio, che ha permesso alla brauerei di sopravvivere in piena autonomia fino ad oggi, superando alcuni periodi critici, come quello immediatamente successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando il fatturato subì un vertiginoso tracollo causato dalla perdita dei tradizionali clienti della Turingia, diventata, allora, Germania Est. Tre le loro birre che ho assggiato, tutte e tre della linea -Bio.

La prima, in ordine di tempo, è stata la Oko Ur-weizen, la "weisse originale", una weizen bionda con un ABV di 5,3%, corretta e piacevole. Non un prodotto particolarmnete caratterizzato, se non per la scelta degli ingredienti rigorosamente bio, ma un prodotto "semplice" e abbordabile, in virtù di una sua voluta non complessità. Molto limpida (sembra quasi una kristall), schiuma fine e croccante, naso semplice, lineare, non svettante, mentre al palato rivela una maggior personalità. Dopo un inizio nel quale si rimane un po' spiazzati da una insolita botta di esteri, la corsa degustativa si ricompone in binari più "usuali", con un fruttato delicato, un leggero speziato, la bella fragranza dei cereali e un finale amarognolo e piccante.

E' stata poi la volta della Oko Ur-Trunk, un classicone nel suo genere. Kellerbier non filtrata, dal bel colore biondo dorato e dalla gradazione alcolica meno accentuata (ABV 4,7%) della weisse. Più intrigante della weisse l'aroma, relativamente ricco di note fresche e fruttate, declinanti all'agrumato, leggermente screziate; il tutto vivacizza il contesto, lo rende vitale, e ben prepara la beva. Che risulta come sempre, in questi casi, rotonda, fresca e agevole: carbonazione realtivamente ricca, attacco fresco di lievito, rotondità di malto lievemente mielato, finale astringente e pulito di un luppolo giovane  e fresco. Birra estiva, invogliante e dissetante.

La meno "apprezzabile" si è rivelata, infine, la Oko Ur-Pils, l'ultima bevuta, un esempio classico della produzione tedesca del classsico segmento delle pils. Niente di trascendentale, ma anche nessun difetto: è che le fanno così, spesso, e che una assomiglia tanto all'altra, tanto che è difficile poi distinguerle. Come sentirne la mancanza? Bassa la gradazione alcolica (ABV 4,7%), assente o quasi la schiuma, un biondo esile al limite dello slavatino, naso lievemente luppolato, di un luppolo erbaceo tenue e quasi etereo, corpo leggero, quasi scarno, luppolato il giusto, maltato quasi per niente. Scappa via anche il finale. Da bere "solo" per fare, eventualmente, volume.

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