Uncommon Brewers, con la loro Baltic porter


Sembrano due personaggi “alternativi”,  Alec Stefansky e Skot Colacicco, i due titolari della Uncommon Brewers, di Santa Cruz. Anche il nome e il “motto” scelti per il birrificio sembrano confermare questa sensazione: Birrai non comuni che intendono produrre birra non comune per persone non comuni. Ci lavoravano dal 2002, in maniera più o meno sistematica, ai loro prodotti, ma solo nel 2008 sono usciti ufficialmente sul mercato con le proprie birre, commercializzate fin da subito in fusto (key kegs usa e getta, ma riciclabili) e in lattina; niente vetro, quindi, per scelta precisa. I primi esperimenti produttivi, soprattutto per Alec, vengono da molto più lontano, e cioè dal 1996, gli anni del college, quando insieme a suoi compagni di corso inizia a mettere mano ai pentoloni degli homebrewers. Contemporaneamente alla crescita personale nelle competenze brassicole, si sviluppa, in entrambi, una forte sensibilità sociale, legata soprattutto ai concetti di produzione organica e biologica, al consumo eco-sostenibile, al movimento pacifista. In pratica, abbracciano fin da subito i principi del nascente, per l’America, movimento dello Slow Food, che aveva già messo solide radici in Italia, e che cominciava ad affacciarsi anche nel resto del mondo.  Animati da queste intenzioni, iniziano a produrre, in maniera prima sperimentale e poi sistematica, con l’intento dichiarato di integrare le tecniche di produzione birraria belghe con i principi e le modalità produttive innovative introdotti dal movimento dei craftbrewers americani della West Coast, rimanendo, nel contempo, il più possibile “fedeli” ai principi della sostenibilità propugnati dal movimento dello Slow Food. Dopo aver ricevuto la concessione governativa ad utilizzare le lattine (scelte per la loro eco-sostenibilità, oltre che per la loro raggiunta affidabilità), la Uncommon Brewers ha anche ottenuto dal CCOF (l’organismo ufficiale che a Santa Cruz si occupa di produzioni biologica) la certificazione biologica al 100% dei propri prodotti, che non sono attualmente particolarmente numerosi, ma tutti “particolari”. Della Baltic Porter, la loro birra più apprezzata, parlerò qui di seguito; producono anche la Golden State Ale, una belgian ale con un ABV di 6,5%, brassata con l’aggiunto fiori di papavero tostati e la Siamese Twin (ABV 8,5%),  una Abbey dubbel di ispirazione belga con una qualche “influenza” thailandese, visto l’aggiunta di coriandolo, foglie di lime keffir e citronella, oltre a zucchero candito biologico.  Poi ci sarebbe anche la Bacon Brown Ale, per la quale i produttori assicurano di impiegare, in infusione, anche la pancetta …. ma non ci voglio nemmeno pensare….

Le Baltic Porter era un segmento produttivo dello stile birrario tipicamente inglese delle porter, che nel XVIII secolo conobbe il proprio picco produttivo. Questo “sotto-stile” birrario cadde nell’oblio per molto tempo, seguendo il trend negativo dello stile “principale”; adesso, invece, vive di un parziale revival, soprattutto nei paesi nordici e negli USA, anche nella sua ulteriore “variante” delle smoked baltic porter. Cos’erano, in origine, queste birre? Delle porter mediamente più alcoliche rispetto alle originali, “trattate” dal punto di vista della luppolatura quasi come una IPA, brassate con malti scuri a cavallo fra il tostato e il torrefatto; il tutto per permettere alla birra di sopportare “dignitosamente” il lungo viaggio che dall’Inghilterra le doveva portarle fino ai porti del lontano Mar Baltico, combattendo contro il terribile vento freddo di quelle latitudini. A questa tradizione si sono rifatti i mastri birrai della Uncommon, “tradendo”, almeno in parte, la propria ispirazione produttiva, dichiaratamente legata al Belgio. E’ stato però un bel tradimento, bisogna dire, perché hanno dato vita ad una birra, questa Uncommon Baltic Porter, davvero spettacolosa. Aggiungendo una miscela fatta di radici di liquirizia e anice stellato al tradizionale mix di ingredienti usato per questa tipologia birraria, hanno “messo su” una baltic porter dall’ABV, non banale, di 7,8%, balsamica ed estrosa, ma anche elegante e raffinata. Nera come la notte, schiuma non proprio abbondante e abbastanza poco durevole, ha un profilo aromatico entusiasmante: dapprima una sensazione generale di confettura, di frutta rossa asprigna, e poi una botta di “caramella Valda” che apre naso e polmoni, regalando una sensazione di freschezza impressionante. Questo profilo balsamico prosegue anche nella degustazione, nella quale, progressivamente, le note maltate e torrefatte vengono fuori, fino a determinarne la caratterizzazione definitiva. Veramente intrigante questo mix di balsamico/torrefatto, che la rendono beverina e non stucchevole, rotonda ma anche esuberante, fresca e tonica. Assaggiata alla spina all’OktobEURfest di Roma; alc. 7,8% vol.; ©Alberto Laschi.

p.s.: ci sarà alla spina anche a Prato, il prossimo 3,4 e 5 dicembre, a Eccellenzabirra.

4 Responses to “Uncommon Brewers, con la loro Baltic porter”

  1. Augusto Brusca

    Alberto, confermo i tuoi apprezzamenti positivi sulla Baltic Porter, peraltro da me provata all'OktobEURfest proprio dietro tuo suggerimento

  2. Alberto Laschi

    Ciao Augusto: non è stato difficile poterla consigliare, è davvero uno spettacolo in sé. Sono curioso di poterla ri-assaggiare qui a Prato

  3. Francesca

    Salve,dove si possono trovare le birre uncommon brewers in Italia?saluti.

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