Jolly Pumpkin Brewery e la sua Oro de Calabaza

Si stanno cominciando a trovare da non molto sugli scaffali di qualche pub e/o di qualche beershop on-line (noi di Birrerya siamo uno dei primi …), ma non sono gli ultimi arrivati, quelli della Jolly Pumpkin Brewery. Tanto per dire, aperti dal 2004, già nel 2007 erano classificati al # 33 della classica di Ratebeer delle migliori 100 brewery del mondo (presenti anche quest’anno, al  # 67).  Dexter, Michigan, 3.500 abitanti o giù di lì: è questa la sede della Jolly Pumpkin, brewery e cafè restaurant, frequentatissimi. Michigan, che, fra l’altro, è anche uno degli stati USA a maggior vocazione brassicola (70 sono i micro birrifici presenti nei suoi confini), tanto che ben 6 birrifici di quello stato (Founders, Bells, Kuhnhenn, Dark Horse, Shorts e, ovviamente, Jolly Pumpkin) sono classificati fra i primi 100 al mondo quest’anno, sempre da Ratebeer. Ron Jeffries è l’anima (oltre che fondatore e proprietario) di questo “progetto globale”, concretizzatosi a partire dal 2004, dopo ben 13 anni di studio, produzione casalinga, consulenze a destra e a manca, “viaggi di istruzione”. E’ un tipo eclettico, Ron Jeffries (che gestisce il tutto assieme alla moglie Laurie, al figlio Daemon di 17 anni e all’amico Sean Brennan), forse il più eclettico, innovativo e fantasioso brewer degli USA, con un  “cervello che funziona in maniera strana” (dice ironicamente di sé).  Un po’ “piratesco” anche nell’aspetto (capelli lunghi, orecchino, fisico allampanato), ha voluto giostrare sulle note ironiche anche la scelta del nome della brewery, un gioco di parole legato al Jolly Roger di piratesca memoria e alla festa preferita (halloween). Dualità del nome che riflette anche la dualità della propria filosofia produttiva: complessità del gusto accanto alla semplicità degli ingredienti e del processo produttivo. Le sue sono birre “tutte artigianali”, anzi, di più: sono farmhouse ales, “birre di campagna”, dichiaratamente  “nemiche” di tutti i Budweiser-dipendenti. Dice, sempre Ron, che la birra è essenzialmente un prodotto agricolo, proprio come il pane; e proprio come per il processo di panificazione, nella creazione della birra, è quello che ci metti dentro che conta. Usa l’invecchiamento in botte di rovere per le sue birre, cosa che conferisce loro, attraverso la presenza dei Bretta, una straordinaria complessità ed una “terrosità” inconfondibile. Accurato il design del logo (che ricorda molto la grafica usata da Tim Burton per A nightmare before Christmas), raffinate le labels, “curate” da Adam B. Forman, noto illustratore americano, che ha lavorato anche con Zach Snyder nel film 300. Ampio ed articolato il range produttivo, con quattro birre disponibili tutto l’anno (Oro de Calabaza, La Roya, Calabaza Blanca e Bam Biere) e dieci birre stagionali, assieme ad altre numerose (oltre una ventina) produzioni “occasionali”.

Non una birra per "principianti", questa Oro de Calabaza, sicuramente una birra "raffinata", oltre che "affinata". E' il modo americano (di più, americano nella "versione" Jolly Pumpkin) di produrre, rivisitandola, birra belga. E che modo! Botti di rovere, dove lo Chardonnay è invecchiato a lungo, lieviti belgi e bretta "indigeno", conferiscono a questa belgian strong ale made in USA caratteristiche quasi uniche, e davvero rimarchevoli. Bionda, dorata, leggermente opalescente, con una testa di schiuma fine e cremosa che rimane fino all'ultima sorsata, con una nota piccante e pepata che si fa valere fin da subito. E' la parte olfattiva che però, all'inizio, ho trovato la più spiazzante, elegantemente spiazzante: acida e asprigna, leggermente "animale", decisamente agrumata, sembrava davvero di avvicinarsi ad un simil-lambic. I bretta hanno fatto davvero il proprio mestiere, al meglio. Anche al palato, come prima al naso, la birra poi vira: dalle note più "estreme" si passa ad una rotondità e ad una morbidezza inusitate: un malto morbido ed elegante, una setosità (quasi burrosa) che avvolge lingua e palato prendono lentamente il posto dell'asprezza ingannevolmente scostante. Il finale si gioca tutto sulle note asprigne, piccanti e pepate di un lievito ricco e vivace, contornate da una vivace nota agrumata. Secca, asciutta e dissetante, decisamente effervescente, questa birra deve il proprio nome ad un antico termine spagno (calabaza, appunto) usato per definire varietà diverse di zucche e meloni. La classicità del Belgio, unità all'estrosita dei nuovi pionieri americani della birra. Da non perdersela. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 8% vol.; ©Alberto Laschi.

4 Responses to “Jolly Pumpkin Brewery e la sua Oro de Calabaza”

  1. PatrickBateman

    L'oro de Calabaza è un vero capolavoro, una delle migliori birre assaggiate durante l'anno; ha l'eleganza e la bevibilità di una blonde, più che sembrare una belgian strong ale. Le altre produzioni di JP che ho assaggiato non mi hanno invece entusiasmato più di tanto, tranne la Madrugada Obscura che è ottima, particolare, ma piuttosto difficile al palato.
    Sottoscrivo comunque quanto detto sul Michigan. Bells e Founders sono birrifici world top-class, per il secondo bisognerebbe importare un raggio più ampio delle loro produzioni (mentre il primo in Italia non si è mai visto e difficilmente si vedrà)… la KBS è tra le migliori birre che abbia mai assaggiato in assoluto.

  2. INDASTRIA

    Quoto ogni parola di PB
    La oro è una delle mie birre preferite da ormai un anno. Ne berrei in continuazione. 

  3. Alberto Laschi

    E' proprio vero: quando la birra è buona … è buona. Difficile pensarla in altra maniera

  4. Il gemello cattivo | inbirrerya

    […] e quasi sempre “estreme”, per questo ex insegnante, fan di Ron Jeffries (mastro birraio di Jolly Pumpkin) e delle sue birre brettate e dell’ Orval (una birra magica che potrei bere tutti i giorni, tutto […]

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