KerstSmiske, la christmas beer della Smisje, in Birrerya

Ha mantenuto (finora) la parola, Johan Brandt, patron della Bierbrouwerij Smisje: da quando ha decretato la “morte” produttiva di tutte ( o quasi) le birre da lui prodotte prima del trasferimento dei propri impianti da Assebroek a Mater, non ha prodotto alcun nuova birra se non la Smiske, l'unica “nuova nata”. Era stato costretto a “fare pulito” del passato perché le caratteristiche del nuovo impianto non gli permettevano un corretto ricorso alle passate ricette, e quindi: via tutto, una birra nuova di pacca (la Smiske, appunto) e del “vecchio catalogo” solo la Kerstbier, quando sarebbe stato il momento. E così è stato. O meglio, un’altra birra poi è venuta fuori, ma è stata una birra un “su ordinazione” e con finalità caritative. Nel week-end del 22 e 23 maggio scorso Johan ha brassato per la benemerita associazione di “terapisti della birra”, la Leuvense Biertherapeuten, associata allo Zythos, la Smisje Wisselbier, una wheat ale con abv di 6,5% (chissà se era una delle vecchie ricette ….). L’ho voluta citare, questa associazione perché è proprio quella che più si è adoperata, nel momento della “rivoluzione produttiva” messa in atto da Johan, a rimpinguare quel gruppo di pressione, chiamiamolo così, su facebook, che avrebbe dovuto far cambiare idea al birraio. E’ che il numero di 20.000 fans richiesto da Johan per fare dietro – front è ancora molto al di là da venire … e quindi mi sa che il nuovo corso della Smisje sia ormai quello definitivo.
 

Tornando al presente,  anche quest’anno in Birrerya è arrivata la christmas beer della Smisje, ribattezzata, per ribadire il nuovo corso, KerstSmiske. Stessa gradazione alcolica, 11%, ma birra davvero molto “nuova”, decisamente diversa dalle precedenti e altrettanto interessanti edizioni di questa birra – regalo. E’ una birra “semplificata”, mi sento di poter dire. Sono spariti, o comunque rimangono molto dietro le quinte, alcuni orpelli gustativi frutto della pur sempre ricca fantasia produttiva di Johan. Le spezie ci sono ma non ne offuscano il profilo generale, l’acool è evidente ma è molto più armonico con il contesto, la terrosità ne marca ancora il profilo, ma con toni meno scostanti. E’ birra molto più lineare, che si fa bere davvero con estremo piacere, con una rotondità che rende comunque giustizia ai pur sempre tanti 11 gradi alcolici. Il Salty Dog dell’etichetta può davvero sorridere, in questo caso, perché quello che c’è nella bottiglia è davvero gran cosa. Bello il colore aranciato, enorme, cremosa e lungamente persistente la schiuma che la sovrasta, elgegante e relativamente rustico il naso, evidentemente terragno, relativamente caramellato, delicatamente fruttato. Fresca e moderatamente piccante al palato, regala una corsa regolare e senza scossoni, con frutta rossa candita, alcool, vaniglia e un po’ di legno che rivestono di volta in volta il ruolo di protagonista. Finisce, purtroppo, ma se ne va con eleganza e ponderatezza. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 11% vol.; ©Alberto Laschi

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