Mikkeller e Mikkeller+BrewDog, ancora in Birrerya.

 
La “genesi” di questa birra risale al 2009, quando (precisamente l’8 maggio di quell’anno) viene imbottigliata la batch 0 di questa barley wine a Fraserburgh, nella casa madre di Brewdog. Una collaboration beer, questa, fra gli scozzesi e Mikkel Borg Bjergsø di Mikkeller, che, insieme, danno vita ad una “ribellious beer” dall’ ABV non relativo di 12,1%, la Devine Rebel, che già nel nome (devine deriva dal gaelico O Daimhin, “eroe”; quindi Eroe Ribelle) intende ricordare di che pasta è fatta. Una “pasta” già complicata fin dall’inizio: un unico luppolo, due lieviti (uno da champagne), il 25% della birra maturato in botti di whisky Speyside, il resto in vasca d’acciaio. Il tutto per dar vita ad un vino d’orzo, “sciropposo”, di grande struttura, con note di frutta rossa astringente, whisky (ovviamente) e legno. Ne è stata imbottigliata anche una “versione” Reserve 2008 (con ABV salito a 12,5%), 1.000 sole bottiglie di Devine Rebel maturata in botti di whisky Mortlach per più di un anno. Questo il percorso che ci porta, finalmente, alla Devine Rebel 2010, da poche settimane nel catalogo di Birrerya. Con questa birra i due mastri birrai hanno ulteriormente alzato l’asticella alcolica: adesso la birra porta in dote un ABV di 13,8%. Non solo, ci hanno investito more malt, more hops, more oak, come si legge sul blog degli scozzesi, usando il solo Nelson Sauvin, mantenendo il solo lievito da champagne, maturando la birra in parte sempre in botti di whisky Speyside, l’altra in tini di fermentazione “normali” nei quali erano stati aggiunti trucioli di rovere francese. Cosa ne è venuto fuori? Non un mischione, né uno sciroppone, né un vermouth, ma una birra solida, classicamente variegata, sontuosamente riscaldante. L’etilico è il protagonista principale, sia nell’aroma che al gusto, ma un etilico raffinato, considerevolmente avvolgente. Si sente tutto il legno che c’è, con la sua ruvidezza e allo stesso tempo con tutta la sua raffinatezza, abbinato ad un lattico sinuoso, ad un fruttato carico di prugna e ad un vinoso finale che la sintetizza. Di un bel marrone carico, al limite della “tonaca di frate”, dalla schiuma che si rivela per poco, ha una luppolatura più che discreta, che le regala, però, la dose “giusta” di pulizia, astringenza ed esoticità, che non stona assolutamente nell’insieme. Si fa bere con eleganza, riscalda cuore e palato fino alla fine, dotata com’è di una “lunghezza” finale perfettamente in sintonia con lo stile birrario alla quale appartiene. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 13,8% vol.; ©Alberto Laschi.
 
 
Come (quasi) sempre, per cercare di definire il quadro generale di riferimento di una birra di Mikkeller ci vuole la bussola. Anche questa Big Worst Barrel Aged Edition non fa (quasi) eccezione. Ma è eccezionale, mi preme dirlo. Mi aveva incantato la Bommen & Granaten alla spina, ma questa barley wine danese (seppur brassata in Belgio dal solito De Proef) mi ha davvero stupito/conquistato. Per arrivare a questa versione, maturata per quattro mesi in botti di Bourbon (ne esiste anche una "versione" invecchiata in botti di vino rosso Bordeaux) bisogna partire dal modello "base", e cioè dalla Big Worse, una barley wine con 12% di ABV. Il primo salto di qualità si ha con la Big Worst, allora, la birra danese più forte (alc. 17,6% vol.). Il secondo, forse definitivo, salto si ha con questo splendido vino d'orzo, che raggiunge i 19,1% di ABV (questa, oggi, è la birra danese più "forte"). Come dice Mikkel, una "birra per pirati", fatta con "un sacco di zucchero, luppolo e botte". Fuor di metafora, una bella botta di malto (pils e cara-munich) e una bella manciata di luppoli (nugget, cascade, centennial), oltre allo zucchero candito. Che danno come splendido risultato una birra sontuosa, elegante e raffinata, "stranamente" beverina nonstante l'imponente gradazione alcolica. Se la Bommen mi sentivo di associarla d un passito, questa Big Worst, invece, è più simile ad un Vin Santo, fin dal colore, un bell'ambratino scarico, lo stesso dello splendido Vin Santo che si trova dalle mie parti. Un Vin Santo però con la schiuma, poca, fine, ma persistente, e  con una delicata frizzantezza, che ne agevola fin troppo la beva. Il regno dell'equilibrio gustativo, con la perfetta setosità del malto che si sposa alla delicata morbidezza data dalla botte di Bourbon, che le conferisce alcolicità senza ingolfarti di etilico. Una corsa lunga, armonica, solida come la Roccia di Gibilterra, che lascia in bocca un vinoso "invecchiato", non aspro ma morbido, asciutto e saporoso. La perfetta bevanda da fine – pasto, su di un dolce asciutto ed importante. Assaggiata in bottiglia da 0,375; alc. 19,1% vol.; ©Alberto Laschi.
 
Con queste ultime due schede "saluto" tutti, e a tutti faccio i miei migliori auguri. Ci risentiamo/rivediamo fra una decina di giorni, sempre qui. Buone Feste e buone bevute a tutti.

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