Black Albert batch 0 per le gelatine di birra, Jah*Va per il birramisù

 
La madre di tutte le birre. O meglio, la birra dalla quale, nel complesso ed articolato range produttivo degli Struise, si sono generate (e si genereranno ancora) tutta una serie di filiazioni (vd. la serie delle Black Damnation). La Black Albert che è anche la "prima birra" di un nuovo stile birrario (così scrivono Urbain & Co. sulla label): le Royal Belgian stout. A proposito di label: questa è davvero da incorniciare, spettacolarmente disegnata da Vincent Hocquet, noto tatuatore belga, che ha il proprio atelier a St.Idesbald. L’avevo assaggiata un po’ di tempo fa, ma adesso, al suo rientro nel catalogo di Birrerya, valeva la pena di rifarsi un giro; tanto più che è la “batch 0” di questa birra. La prima cotta in assoluto di questa birra venne prodotta in onore di Jennifer e Chris Lively, titolari del pluripremiato Ebenezer’s pub di Lovell, nel Maine, dove Urbain era stato (nell’aprile del 2007), portandoci la su prima Black Albert, in occasione della terza edizione del Belgian Beer Festival. Una Imperial Russian stout (così è meglio “definibile”), questa degli Struise, con quasi tre anni di invecchiamento sulle spalle, quindi,che l’ha resa ancor più tosta e corposa (da notare che sulla label è indicata una gradazione alcolica di 10%, mentre quella "reale" è sempre stata di 13% vol. alc.). E’ davvero una bella “botta” alcolica, un alcolico carico di sentori tostati, corposo, muscolare, che si fa affrontare con una qualche difficoltà. E’ una di quelle birre della serie “prendetemi con calma”, atrimenti ci si può fare del male. Non è che proprio asfalta, ma comunque satura con velocità; non è arrogante, ma è comunque molto “invadente”, mescola caffè, liquirizia, cioccolata ad ogni piè sospinto e c’è bisogno, per ben apprezzarla, di un po’ di tempo fra un sorso e l’altro. Non so se l’invecchiamento le ha fatto bene, so che l’ha resa austera e complessa, con il tostato/torrefatto che ha preso il predominio assoluto. Per “diversificarla” ho provato a farci la gelatina di birra: semplice da fare (la si può fare usando la colla di pesce o il fruttapec, per il procedimento vedere qui), ha dato come risultato delle vere e proprie “mattonelle” alla liquirizia/caffè, che, debitamente rotolate nello zucchero, offrono un gustoso contrasto dolce/amaro. Assaggiata in bottiglia da 0,33; alc. 13% vol.; ©Alberto Laschi
 
 
E’ quella, delle cinque birre appartenenti alla “serie “ delle Blackwater Imperial Stout, che viene immessa sul mercato all’inizio della primavera, a Marzo (la Choklat, fra quelle assaggiate, invece a Novembre). E per brassare la Jah*Va gli americani della Southern Tier hanno fatto ricorso ad un prodotto top-range: il caffè Jamaican Blue Mountain, uno dei più pregiati al mondo. Cresce sulle Blu Mountain della Giamaica, sopra i 2.500 mt. di altitudine, su di un terreno lavico, dove la densa copertura di nuvole (ma con scarse precipitazioni) prolunga per più di 10 mesi la maturazione del caffè, dai chicchi più grossi e più "gustosi" rispetto a quelli di altre varietà. Un vero e proprio caffè “DOC”, tutelato adeguatamente dal governo giamaicano, vendutissimo in Giappone, che si accaparra il 90% delle esportazioni di questo caffè. Quindi, quelli della Southern Tier si sono dovuti dare da fare per accaparrarsi in maniera continuativa la quantità di caffè necessaria per dare vita a questa splendida, complessa, “gustosa” birra, presente anch’essa nel catalogo di Birrerya. Assieme al caffè gli americani “mescolano” nel tino di bollitura anche malto two-row pale, caramalt, malto chocolat, malto black, orzo tostato e i luppoli Cascade e Columbus. L’insieme è effettivamente molto intrigante, con il ruolo di protagonista interpretato dal caffè, che sale evidente al naso e invade massicciamente bocca e palato. Un caffè non stucchevole né preponderante, però; in questo sta la bravura del mastro birraio, che è riuscito a legare insieme tutti questi “ingredienti”, riservando al luppolo e ai malti il ruolo di riequilibratori dell’insieme. Un bell’amaro tostato e torrefatto, caffè acuto e “liquoroso”, un tocco di liquirizia, ma anche una bella pulizia finale, con i luppoli che attenuano con eleganza la nota torrefatta del caffè.  L'ho usata per “assemblare” (ed accompagnare) il Birramisù di fine anno, con i pavesini inzuppati nella sola birra (non c’era, ovviamente, bisogno di altro caffè) e con un pochino di birra fatta “percolare” sul fondo del bicchierino, assieme alla crema. Assaggiata in bottiglia da 0,66; alc. 10,6% vol.; ©Alberto Laschi

 

  

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