La “giostra” di Southern Tier

Solo ieri ho menzionato la Jah*Va, oggi ancora un altro giro sulla “giostra” della Southern Tier, intendendo per giostra quel tourbillion di birre (27) che compongono il suo attuale, impressionante, portfolio birrario. Due birre che appartengono a due segmenti produttivi alquanto distanti fra di loro: la Southern Tier Pale Ale, una delle sette birre prodotte tutto l’anno dal birrificio americano e la Southern Tier Crème Brûlée Imperial Milk Stout (tanto per non farsi mancare nulla, neanche nel nome), una delle cinque imperial stouts della linea “Black water”.

La prima, una APA che sembra una IPA, almeno al primo impatto. Sicuramente una birra bevibilissima e godibilissima, perfetta per la stagione più calda (pensandola in prospettiva), brassata, come recita la label, con due soli malti e due soli luppoli. Questi “pochi” ingredienti però sembrano avere, ciascuno, la capacità di moltiplicare le proprie specifiche, perché la Southern Tier Pale Ale (assaggiata alla spina all’Oktobeurfest di Roma) è ben più ricca e variegata di quanto uno si potrebbe aspettare. Una “dolcezza di base”, di origine “maltata”, la identifica immediatamente come una ottima APA, mentre la profusione di sensazioni luppolate, tutto meno che monotematiche, fanno invece girare le lancette della bussola verso la West Coast e la fervida, luppolatissima fantasia dei birrai di quelle parti. Bionda, leggermente dorata, con una schiuma fine e relativamente “appiccicosa”, regala all’inizio un profilo aromatico dal robusto impianto erbaceo, arricchito progressivamente da svariate “puntate” fruttate e agrumate (pompelmo, mandarino …), che richiamano alla mente una moltitudine di piante. Anche i sapori sono altrettanti ricchi e “movimentati”: dal malto morbido e abboccato si passa anche qui ad un luppolato rinfrescante, abbastanza amaricante, sicuramente dissetante: anche qui tanto pompelmo, cedrina, mandarino che fanno inevitabilmente scattare il toto luppolo: ci sarà il Cascade o il Willamette, il Tettnang o il Simcoe? A chiunque l’abbia bevuta, l’ardua risposta. Assaggiata alla spina; alc. 6% vol.; ©Alberto Laschi.

Erano 826, l’avevo detto (adesso nel frattempo sono diventati 828) i “recensori” su Ratebeer della Southern Tier Choklat: sono invece “solo” 799 i recensori di questa altra anomala, spettacolare imperial stout americana, la Crème Brûlée, brassata con malti two-row pale ale e dark caramalt, vaniglia e luppoli Columbus (per l’amaro), e Horizon (per l’aroma). Ma soprattutto, con lo zucchero di lattosio, il che consente ai produttori di “dichiararla” anche come Milk Stout. La crème brûlée (crema bruciata) è in natura (cioè fra i pasticceri) un dessert formato da una base di crema inglese cotta a bagno maria (nella quale si usa la panna liquida al posto del latte), sormontata da una sfoglia croccante di zucchero caramellato, che regala sensazioni morbide di caramello e zucchero “bruciato”; la Southern Tier Crème Brûlée tale equale, o quasi, fatte le debite proporzioni, ovviamente. La prima è una crema, la seconda è una birra, brassata nello stile delle imperial stout, che come tale aggiunge di suo anche le varianti dovute alla luppolatura, alla torrefazione dei malti, e una gradazione alcolica più che importante (ABV di 9,6% per la ditta, 9,2% per Ratebeer, di 10% sulla bottiglia in mio possesso …). Impressionante la tipicizzazione dell’aroma, che davvero ti fionda direttamente in pasticceria, per quella morbidezza dolce e penetrante che ricorda il caramello e la liquirizia (mi sono ritornate in mente anche le caramelle mou alla liquirizia della mia infanzia, che ancora qualcuno vende), un aroma nel quale si affaccia anche la vaniglia e un po’ di caffè. Dopo averne apprezzato il colore (nero, con alcuni accenni rossastri) e verificata la scarsità e volatilità della schiuma, rimanere soddisfatti anche delle caratteristiche gustative della birra è tutt’uno. Sembra davvero di bere un liquore digestivo, un vino rosso nobile barricato, comunque una birra di carattere, splendido oltretutto. Riempie di sostanza e calore bocca e palato, deposita la propria amarezza torrefatta e luppolata inizialmente sui lati della lingua, e poi sul fondo del palato, dove lascia una delicata patina maltata e alcolica che la rende presente a lungo. Resta una impressione finale di compiutezza e soddisfazione, per la bella sensazione di morbidità che resta in bocca e per il calore tenue ma diffuso che lascia dopo averla bevuta. Bevuta per accompagnare una crema catalana, si è rivelata, ovviamente, la “morte sua”. Assaggiata in bottiglia da 0,66; alc.9,6% vol (?).; ©Alberto Laschi.

p.s.: thanks, Alex, per la bottiglia …

7 Responses to “La “giostra” di Southern Tier”

  1. Filippo

    maledetto, mi hai fatto venir voglia di assaggiarle… alle 9:30 di mattina!!!
    thumbs up per le mou elah!

  2. Gabriele

    Alberto, sbaglio o ti manca ancora la Iniquity? Cerca di provvedere, ma ricorda che dopo la tua vita non sarà più la stessa 🙂

  3. Alberto Laschi

    Suona quasi come una …. minaccia. Mi sono rimaste, in cantina, della Southern, la Oak Aged Cuvee II, la Uber Sun e la Tier Porter. Della Iniquity sto anadando alla caccia …

  4. Gabriele

    Se vuoi proporre uno scambio, magari con doppia degustazione annessa… Mi cantina es tu cantina 🙂

  5. Alberto Laschi

    @Gabriele

    Aggiudicato! Organizziamo un rendez vous …

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