Chevrolet e Cadillac stanno alla General Motor (che le possiede entrambi) come Port Brewing e The Lost Abbey stanno alla Port Brewing Company (società capofila). E’ un modo semplice, diretto e intellegibile attraverso il quale Tomme Arthur, patron della The Lost Abbey (e della Port Brewing), spiega la dinamica finanziaria della sua azienda birraria, “bicefala” nella pratica (perché ha diversificato i prodotti in due linee), ma univoca
nella proprietà, che è riconducibile, appunto, alla Port Brewing Company. Da non confondere con Pizza Port, fondata nel 1987 da Vince e Gina Marsiglia in California e che ad oggi può contare quattro brewpub (Carlsbad, Ocean Beach, Solana Beach e San Clemente). Lì, nella “galassia” Pizza Port (e, nello specifico, a Solana Beach), ci ha lavorato Tomme dal 1997 al 2005, anno in cui è poi iniziata l’avventura di Lost Abbey/Port Brewing, avventura che vede attualmente coinvolti gli stessi Tomme, Vince e Gina Marsiglia assieme a Jim Comstock. Questo per fare la dovuta chiarezza, perchè spesso nomi “simili” possono ingenerare, a volte, una qualche confusione. Detto questo, e rimandando, per il “segmento” Port Brewing, alle varie schede descrittive delle loro birre finora assaggiate, due o tre parole in più sulla parte “nobile” del progetto birrario complessivo della Port Brewing Company, è cioè la “sezione” The Lost Abbey, sempre con sede a San
Marcos. Quelli della croce celtica, delle birre raffinate, e del motto “In illa Brettanomyces, nos fides” attaccato in bella mostra sulla porta della barrell room del birrificio. Che fossero un po’ “fissati“ con il complesso universo simbolico cristiano lo si era già detto, basti vedere i nomi di alcuni delle loro birre, la grafica delle labels e il nome stesso scelto per il birrificio. Ma ancor più chiarificatore, in ciò, è il logo che ne identifica il brand: la croce celtica, di origine irlandese (e poi “revisionata” da san Patrizio), ri-disegnata, come le altre labels, da Sean Dominguez. Simbolo già usato da popoli in era pre-cristiana, la croce, le cui quattro braccia ricordano i quattro elementi principali, i quattro punti cardinali, le quattro stagioni e le quattro parti dell’uomo (mente, copro, anima e cuore). Simbolo scelto da quelli di San Marcos anche perché sono quattro gli elementi necessari per fare una birra (acqua, orzo, lievito, luppolo).
Quattro le braccia della croce, inscritte in un cerchio (disegnato da San Patrizio, si dice) simbolo del sole, venerato dai pagani; cerchio che, per i quattro fondatori del birrificio, non è altro che il cerchio della passione, il vero e proprio “quinto elemento”, sintesi e legame definitivo dei quattro ingredienti primari. Ai quali si unisce anche un’altra particolarità: i Bretta, che maneggiano con cura e sapienza e che usano ad ogni piè sospinto nelle loro birre (assieme agli altrettanto “famigerati” Pediococcus e Lactobacillus), che sono molte e tutte più che “venerate” dagli appassionati (oltre che super-premiate da recensori e giurie). Sei quelle reperibili tutto l’anno (Avant Garde, Devotion, Inferno, Judgement Day, Lost and Found Abbey Ale, Red Barne Ale); cinque le stagionali (Carnevale, Gift of The Magi, Serpent’s Stout, The Ten Commandments, Witch’s wit) e altre quattro birre definite Non Denomination Ales (Cuvee de Tomme, Red Poppy Ale, Duck Duck Gooze, The Angel’s Share), che, a detta loro, “offuscano” la linea di demarcazione fra la birra e il vino.
nella proprietà, che è riconducibile, appunto, alla Port Brewing Company. Da non confondere con Pizza Port, fondata nel 1987 da Vince e Gina Marsiglia in California e che ad oggi può contare quattro brewpub (Carlsbad, Ocean Beach, Solana Beach e San Clemente). Lì, nella “galassia” Pizza Port (e, nello specifico, a Solana Beach), ci ha lavorato Tomme dal 1997 al 2005, anno in cui è poi iniziata l’avventura di Lost Abbey/Port Brewing, avventura che vede attualmente coinvolti gli stessi Tomme, Vince e Gina Marsiglia assieme a Jim Comstock. Questo per fare la dovuta chiarezza, perchè spesso nomi “simili” possono ingenerare, a volte, una qualche confusione. Detto questo, e rimandando, per il “segmento” Port Brewing, alle varie schede descrittive delle loro birre finora assaggiate, due o tre parole in più sulla parte “nobile” del progetto birrario complessivo della Port Brewing Company, è cioè la “sezione” The Lost Abbey, sempre con sede a San
Marcos. Quelli della croce celtica, delle birre raffinate, e del motto “In illa Brettanomyces, nos fides” attaccato in bella mostra sulla porta della barrell room del birrificio. Che fossero un po’ “fissati“ con il complesso universo simbolico cristiano lo si era già detto, basti vedere i nomi di alcuni delle loro birre, la grafica delle labels e il nome stesso scelto per il birrificio. Ma ancor più chiarificatore, in ciò, è il logo che ne identifica il brand: la croce celtica, di origine irlandese (e poi “revisionata” da san Patrizio), ri-disegnata, come le altre labels, da Sean Dominguez. Simbolo già usato da popoli in era pre-cristiana, la croce, le cui quattro braccia ricordano i quattro elementi principali, i quattro punti cardinali, le quattro stagioni e le quattro parti dell’uomo (mente, copro, anima e cuore). Simbolo scelto da quelli di San Marcos anche perché sono quattro gli elementi necessari per fare una birra (acqua, orzo, lievito, luppolo).
Quattro le braccia della croce, inscritte in un cerchio (disegnato da San Patrizio, si dice) simbolo del sole, venerato dai pagani; cerchio che, per i quattro fondatori del birrificio, non è altro che il cerchio della passione, il vero e proprio “quinto elemento”, sintesi e legame definitivo dei quattro ingredienti primari. Ai quali si unisce anche un’altra particolarità: i Bretta, che maneggiano con cura e sapienza e che usano ad ogni piè sospinto nelle loro birre (assieme agli altrettanto “famigerati” Pediococcus e Lactobacillus), che sono molte e tutte più che “venerate” dagli appassionati (oltre che super-premiate da recensori e giurie). Sei quelle reperibili tutto l’anno (Avant Garde, Devotion, Inferno, Judgement Day, Lost and Found Abbey Ale, Red Barne Ale); cinque le stagionali (Carnevale, Gift of The Magi, Serpent’s Stout, The Ten Commandments, Witch’s wit) e altre quattro birre definite Non Denomination Ales (Cuvee de Tomme, Red Poppy Ale, Duck Duck Gooze, The Angel’s Share), che, a detta loro, “offuscano” la linea di demarcazione fra la birra e il vino.Dal punto di vista “teologico”, questa Imperial stout dovrebbe essere considerata la “prima” birra del loro intero range produttivo: tenendo conto di ciò che narra la Bibbia, infatti, il serpente del Paradiso viene “cronologicamente” prima di tutto il resto (Inferno, The ten Commandments …). Battute a parte, la Serpent’s Stout è davvero la "numero 1", a mio modestissimo parere, non solo dal punto di vista “cronologico”, ma anche dal punto di vista "meritocratico", fra tutte le imperial stout da me finora assaggiate. Poi Ratebeer gliene mette davanti più di una: vorrà dire che me ne manca ancora tanta di birra buona da assaggiare. Per fortuna. Ma per fortuna che almeno questa l'ho assaggiata, una delizia di 11% vol. alc., brassata con malti scuri e tostati e “rifinita” con luppoli Centennial e Cascade. Una birra che incarna il lato oscuro della lotta fra il bene e il male (sempre nella visione immaginifica di Tomme & Co.) e che “implora” i santi di aiutare i peccatori, sostenendoli nella comune lotta contro il male.
Birra vicinissima alla perfezione, per me, radicalmente lontana da altre muscolari incarnazioni di questo stile: 11 gradi alcolici foderati di seta, una struttura delicatamente sontuosa, una bevibilità sorprendentemente “femmina”. Caramello e caffè al palato, ma non marcate le note tostate e torrefatte. Privilegiata la componente “morbida” della maltatura, un alcolico caldo e rassicurante, una luppolatura classica e sotenuta. Tutto questo dopo aver già ampiamente soddisfatto il “naso”: nessun sovrattono, niente che abbia il sopravvento, ma una organica sequela di sensazioni morbide (malto, cioccolata, caramello) e lievemente asciutte (lievito, luppoli), correttamente sprigionati da una schiuma fine e cremosa, color cappuccino. Ti ci riavvicini, al bicchiere, molto più spesso di quanto pensavi, segno di una corsa equilibrata, ponderata e appagante, che non lascia più strascichi del dovuto. Sembra tanta, una bottiglia da 0,75 di imperial stout; sorprendente la velocità con la quale è “sparita”. Presente, per fortuna, sul catalogo di Birrerya. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 11% vol.; ©Alberto Laschi.
Birra vicinissima alla perfezione, per me, radicalmente lontana da altre muscolari incarnazioni di questo stile: 11 gradi alcolici foderati di seta, una struttura delicatamente sontuosa, una bevibilità sorprendentemente “femmina”. Caramello e caffè al palato, ma non marcate le note tostate e torrefatte. Privilegiata la componente “morbida” della maltatura, un alcolico caldo e rassicurante, una luppolatura classica e sotenuta. Tutto questo dopo aver già ampiamente soddisfatto il “naso”: nessun sovrattono, niente che abbia il sopravvento, ma una organica sequela di sensazioni morbide (malto, cioccolata, caramello) e lievemente asciutte (lievito, luppoli), correttamente sprigionati da una schiuma fine e cremosa, color cappuccino. Ti ci riavvicini, al bicchiere, molto più spesso di quanto pensavi, segno di una corsa equilibrata, ponderata e appagante, che non lascia più strascichi del dovuto. Sembra tanta, una bottiglia da 0,75 di imperial stout; sorprendente la velocità con la quale è “sparita”. Presente, per fortuna, sul catalogo di Birrerya. Assaggiata in bottiglia da 0,75; alc. 11% vol.; ©Alberto Laschi.

ottima la serpent, mi ha davvero colpito.
Certo che quelle che sono sopra di lei in classifica meritano ancora di più. il che indica il livello eccezionale che gli usa hanno raggiunto in questo stile.
Non ne ho assaggiate ancora moltissime di imperial stout americane (altre tre o quattro delle quali parlerò più in qua), ma mi sembrano effettivamente meno imp …. onenti delle versione nord europee. Più eleganti e molto meglio bevibili
[...] This post was mentioned on Twitter by Birra Artigianale. Birra Artigianale said: Serpent’s Stout di The Lost Abbey in Birrerya. http://ff.im/-wxuJZ [...]
Dipende. Alcune come l'expedition e la KBS (birre che adoro) sono abbastanza impegnative per il carattere forte che il bourbon dona loro. Ma sono così buone che vanno giù lo stesso.
[...] Poi non è ruffiana, poi non ha la morbidezza e l’eleganza siderale di una Serpent's Stout (tanto per fare un paragone), ma viene da lontano, e ti riconduce nelle taverne fumose di Londra di [...]
[...] per arrivare molto, molto lontano. L’aver frequentato gente come Jean Van Roy di Cantillon, Tomme Athur di Lost Abbey e Vinnie Ciliurzo di Russian River è garanzia più che sufficiente per [...]
[...] belga con la su Monk’s Elixir, oggi è il turno di Tomme Arthur, con la sua Devotion. L’avevo già detto, che quelli di Lost Abbey erano un po’ “fissati” con la terminologia e l’iconografia [...]
[...] con Lost Abbey/Port Brewing, birrificio “bifronte” per le sue scelte produttive. In occasione del quinto anniversario della [...]